IMPRESE/ Reagire restando fermi

- Paolo Preti

Spesso mi chiedono cosa devono fare le nostre imprese, e segnatamente quelle di piccola dimensione, per prepararsi alla futura ripresa; un po’ provocatoriamente rispondo sempre: “Restare ferme”

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Mario Monti nel suo ultimo editoriale domenicale per Il Corriere della Sera così si è espresso: « […] Questi punti di forza (del sistema sociale, del sistema produttivo e del sistema finanziario del nostro Paese – ndr) sono stati a lungo trascurati dagli italiani, forse per qualche complesso di inferiorità; e dagli osservatori internazionali, per la frequente incapacità di leggere realtà complesse con modelli uniformi. È bene prendere atto che certe peculiarità italiane hanno attutito l’impatto della crisi sul nostro sistema economico e sociale, adoperarsi per mantenerne gli aspetti positivi, non indulgere nella imitazione acritica di modelli altrui». L’articolo poi proseguiva dichiarando ciononostante la necessità di attuare riforme strutturali per ridurre sacche di inefficienza, di rendita e di privilegi.

 

Spesso mi chiedono cosa devono fare le nostre imprese, e segnatamente quelle di piccola dimensione, per prepararsi alla futura ripresa; un po’ provocatoriamente rispondo sempre: “Restare ferme”. Condenso in queste due parole un insieme di idee che ritrovo, come spirito, nel passaggio riportato dell’articolo di Monti. Come ho cercato di sottolineare su queste pagine nelle ultime settimane la peculiarità economica italiana è in un sistema produttivo di imprese piccole, di proprietà familiare, imprenditoriali e manifatturiere. Queste sono, e ritengo saranno a lungo, le caratteristiche del nostro fare impresa, se non altro perché non siamo capaci di fare altro e perché questo ci riesce particolarmente bene da almeno cinquant’anni.

Restare fermi significa non andare a cercare ispirazione in modelli che non ci appartengono per storia e cultura: l’impresa italiana post-crisi sarà, con tutte le ovvie eccezioni del caso, piccola e non grande, familiare e non public company, imprenditoriale e non manageriale, manifatturiera e non terziaria. La crisi internazionale, infatti, non solo non ha condannato questo modello di sviluppo, ma, anzi, ne ha valorizzato le sue peculiarità anche in termini sociali. Il problema, invece, è mantenerlo vincente nel tempo adeguandolo al mutato contesto competitivo: si tratta dunque per i nostri imprenditori di stare fermi, quanto a modello, e di andare però in profondità sulle ragioni della singola azienda. A tal proposito proporrò nelle prossime settimane qualche spunto di riflessione.

Da ultimo, apparentemente cambiando tema, ma solo apparentemente, sentite questa: le grandi imprese in Italia sono lo 0,1% (3.500 su 4.500.00 per l’esattezza), danno lavoro al 20% degli occupati, ma accumulano sofferenze nei confronti del sistema creditizio pari al 76,8% del totale dei finanziamenti per cassa erogati dalle banche (dati Banca d’Italia elaborati da Cgia di Mestre). Dunque, le grandi imprese da noi sono poche, ma in grado di ricattare banche e governo.

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