Anna e il palloncino elettorale

- Pierluigi Colognesi

Un piccolo episodio della campagna elettorale per le europee. È un fatterello minuto, quasi irrilevante. Ma di quelli che fanno tirare il fiato in questi tempi un po’ sconci

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Vorrei raccontare un piccolo episodio della campagna elettorale per le europee. È un fatterello minuto, quasi irrilevante. Ma di quelli che fanno tirare il fiato in questi tempi un po’ sconci di giornali pieni di foto rubate e di pruriginose occhiate buttate nelle intimità familiari dei politici. Tempi di degrado di quel dialogo ideale che dovrebbe caratterizzare una scadenza così importante come quella che ci porta ad esprimere il nostro voto.

Anna è al mercato per proporre di segnare sulla scheda la preferenza per Mario Mauro. Tra i vari gadget a sua disposizione ci sono anche dei palloncini. Arriva una giovane mamma che spinge una carrozzina con su il figlio. Il piccolo strilla perché vuole il palloncino; la mamma legge la firma in calce al volantino di Anna e dice al bambino: «Niente palloncino; questi non sono della nostra parte». Anna resta per un po’ interdetta. Poi dice: «Mi scusi, signora, ma a me pare che il suo bambino sia più ragionevole di lei». «Scusi?». «Proprio così. Vede, suo figlio ha visto una cosa che lo interessa e la desidera. Lei, invece, ha deciso che non le interessa prima ancora di capire di cosa si tratti; solo perché non è della “sua parte”. Così facendo, tra l’altro, insegna a suo figlio che ci sono cose che non si debbono guardare, comprendere ed eventualmente rifiutare; ma a ragion veduta, dopo averle attentamente giudicate. In questo modo riduce la naturale apertura curiosa che suo figlio ha». Questa volta è la giovane mamma a rimanere per un po’ interdetta. Poi risponde: «Beh, ci penserò. Sa che nessuno mi aveva mai detto niente di simile?».

Non so cosa quella mamma voterà. Ma certamente, almeno per un momento, ha potuto vedere un approccio strano alle cose della vita (di cui anche le elezioni fanno parte). Un approccio che potremmo chiamare radicalmente anti ideologico. Si dice che l’epoca delle ideologie è ormai tramontata. Ma non è vero. Sono – forse – finite quelle ideologie che si sostenevano su imponenti sistemi teorici e conseguenti apparati politici. Ma non è certo finito l’approccio ideologico; quello per cui prima ancora di guardare la realtà come mi si presenta le appiccico l’ipotesi di lettura che su di essa già mi sono fatto, senza disponibilità a mettermi in discussione.

Proprio la sera in cui mi hanno raccontato questo episodio, ho letto alcune pagine di Charles Péguy, che è stato senz’altro uno dei più grandi combattenti in favore della realtà contro ogni ideologia. Siamo nel 1900 e Péguy è ancora un giovane e focoso socialista ateo; ha appena iniziato l’avventura della sua rivista quindicinale – i Cahiers – e, poco prima dell’uscita del terzo numero, si ammala di influenza. Appena rimesso, scrive un immaginario colloquio in cui riassume le riflessioni che quell’episodio gli aveva suscitato. Scrive tra l’altro:

«- Ero contento perché i Cahiers, per la prima volta in vita loro, sarebbero usciti puntualmente; ne godevo dentro di me. Nel momento in cui mi affidavo a una speranza priva di senso, un intero reggimento di microbi nemici mi invadeva l’organismo marciando contro di me con tutte le loro forze. Ero malato.

Quali sono stati i vostri sentimenti?

Ero seriamente infastidito perché ero sempre vissuto con l’idea che non sarei mai stato malato.

Ah si! E su che cosa fondavate quest’idea?

Non la fondavo affatto; credevo vagamente e profondamente di essere forte.

Era dunque una semplice ipotesi?

Una semplice ipotesi che gli avvenimenti hanno smentito.

Non vi è mai capitato di pensare che ad aver torto fossero gli avvenimenti e che l’ipotesi invece fosse giusta?

No, mai.

Siete stato bravo. Non sapete che ciò che voi non avete fatto, oggi, si fa comunemente?».

Péguy era, dunque realista e non ideologico. Come Anna. E come, almeno per un momento, quella mamma al mercato in una normale mattina di campagna elettorale.



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