NUCLEARE/ L’Italia torna in Europa

- Silvio Bosetti

In coerenza con gli obiettivi posti a livello europeo, fin dal suo insediamento, il governo si è fatto carico della necessità di diversificare le fonti energetiche

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Nelle medesime ore in cui i grandi del pianeta, nell’ambito del G8 a L’Aquila, affrontavano il tema dello sviluppo e dei rischi connessi al cambiamento climatico, il nostro Parlamento, approvando definitivamente il “Ddl Sviluppo ed energia”, ha dato anche il via libera per il ritorno all’energia nucleare. Un passaggio quanto mai attuale e opportuno che si distingue come una “operazione fiducia”.

Il percorso politico per avviare il ritorno dell’Italia all’energia “dell’atomo” è durato poco più di un anno. In coerenza con gli obiettivi posti a livello europeo, fin dal suo insediamento, il governo si è fatto carico della necessità di diversificare le fonti energetiche e della progressiva attuazione di una politica industriale che consenta la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Ciò ha portato a riaprire la strada per la realizzazione e la produzione di energia nucleare. Unico tra i paesi europei, l’Italia aveva infatti fermato le proprie centrali nucleari dopo i referendum del 1987. Dalla Spagna alla Francia, dalla Svizzera alla Finlandia, nessuno aveva mai attuato un’operazione (tra l’altro costosissima) di dismissione di un parco produttivo elettrico di tale importanza. Dopo 22 anni si riapre dunque in Italia una possibilità.

I motivi che depongono a favore di un ritorno all’energia nucleare del nostro Paese sono molteplici: il contenimento dei gas serra (quasi assenti nel nucleare), il forte incremento dei prezzi dei combustibili fossili, la riduzione della dipendenza energetica, i vincoli ambientali delle centrali a carbone, i progressi della tecnologia nucleare in termini di sicurezza, e, soprattutto, le anomalie del settore elettrico nazionale. In Italia infatti abbiamo “molto gas” ma scarsità di rigassificatori, poco carbone e assenza di nucleare nazionale (a fronte di una significativa quota di nucleare importato). Il risultato? Un costo del chilovattora più elevato di quello di tutti gli altri Paesi europei.

Nel settore dell’energia l’Italia ha quindi da tempo bisogno di un intervento di modernizzazione dell’assetto normativo e di rilancio di una nuova politica industriale. Dieci anni di liberalizzazione del mercato elettrico non hanno ancora rimosso le ricadute economiche di questo scenario. La situazione nazionale rende pertanto non procrastinabili sia la diversificazione dei combustibili utilizzati a favore di prodotti più stabili in termini di prezzi e fornitura, sia l’incremento degli investimenti in tecnologie di produzione a basso impatto ambientale. Queste alternative sono rappresentate dalla fonte elettronucleare e dalle rinnovabili (idroelettrico, eolico, solare, biomasse).

L’approvazione del nuovo disegno di legge (ddl 1441-ter), che dedica all’energia molti altri articoli, a conclusione di un complesso percorso legislativo a lungo e attentamente esaminato sia dalle preposte Commissioni Parlamentari che da Camera e Senato, consente da oggi una prospettiva nuova e di grande rilevanza per il nostro paese.

La legge affronta positivamente i punti fondamentali per creare le condizioni per investimenti nel settore nucleare. Innanzitutto stabilisce una procedura di autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio di centrali nucleari; in secondo luogo indica le attività necessarie per la gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento definitivo degli impianti, ivi inclusa la formazione e la gestione di un fondo finalizzato a carico dei produttori; infine istituisce l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare.

Bisogna comunque rammentare che l’iniziativa per avviare i primi “Megawatt” nucleari non sarà né semplice né rapida: ci vorrà almeno una dozzina d’anni per avviare un impianto. Prima dei cantieri delle centrali, la “road map” deve perfezionare le soluzioni di governance istituzionali (con le Regioni in primo piano), deve individuare i siti per le centrali e affrontare la risoluzione degli aspetti connessi allo smaltimento dei rifiuti, predisporre i progetti industriali e finanziari, attuare le regole del mercato elettrico e dei profili di competitività tra gli operatori, rafforzare la rete nazionale di trasporto elettrica. Il percorso è molto impegnativo (anche finanziariamente) ma le imprese italiane ci vogliono credere. Come ha dichiarato il Presidente di Confindustria «non sarà una passeggiata, ma è una opzione importante e vediamo un atteggiamento differente tra i cittadini».

Il Governo dispone quindi ora della delega per emanare, entro sei mesi, uno o più decreti che dovranno affrontare il nodo della localizzazione di centrali e impianti di stoccaggio dei rifiuti radioattivi con le misure compensative per le rispettive collettività e definire le tecnologie da utilizzare. Nel frattempo, mentre imprese e istituzioni avviano le rispettive valutazioni e iniziative, bisogna investire da subito nella formazione delle competenze in un leale dialogo su rischi e opportunità di questa irrinunciabile prospettiva.



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