La lezione di Sanaa

Il recente omicidio della ragazza musulmana avvenuto per mano di suo padre in provincia di Pordenone porta a galla un problema che riguarda tutta l’Europa

Il ginepraio di Anversa è ormai inestricabile. La bella città belga è storicamente incrocio di etnie e culture: arabi, africani, asiatici e il celebre quartiere ebraico del commercio dei diamanti. Nel liceo statale che ha nome Royal Atheneum, tradizionalmente scuola dell’elite urbana, ci sono studenti di 45 nazionalità. Ed è lì che è scoppiato un caso che anno dopo anno ha investito tutte le istituzioni educative della città.

 

Dopo l’11 settembre del 2001 la nuova preside, animata dalle migliori intenzioni, aveva impostato programmi e iniziative con lo scopo di favorire il dialogo e la conoscenza interculturale, rendendo protagonisti giovani cristiani, ebrei e musulmani. Intanto nelle scuole del Belgio cominciava a emergere il problema del velo portato dalle ragazze islamiche, questione che in Francia è stata risolta nel 2004 nel modo in cui tutti sanno.

In Belgio le scuole sono state lasciate libere di adottare qualsivoglia regola. Ad Anversa solo tre istituti, tra cui l’Atheneum, decisero di consentire ai giovani di vestirsi come volevano. Così accadde l’esodo dei giovani musulmani dalla scuole del no a quelle del sì, fino ad arrivare nel caso dell’Atheneum all’80% degli iscritti. La reazione di molte delle altre famiglie fu di far cambiare scuola ai figli.

Un giorno si presentarono a scuola 15 ragazze che indossavano non solo il velo ma anche gli abiti lunghi e neri, e i guanti. La preside cercò di dissuaderle: “Vi state isolando”. Loro risposero: “Ma è lei che ci sta isolando criticando il nostro abbigliamento”. Il cui utilizzo, intanto, si diffondeva sempre più. Certe ragazze indossavano l’abito nero a scuola e se lo toglievano per strada. Una gita di due giorni a Parigi dovette essere annullata perché le ragazze musulmane avrebbero dovuto essere accompagnate dai fratelli maggiori.

 

La vita scolastica si stava compromettendo e all’inizio del nuovo anno la preside ha deciso a malincuore di vietare il velo nella scuola. Causando anche in questo caso una reazione: cento studenti hanno abbandonato l’istituto e forse l’intero percorso di istruzione. Infatti per molte ragazze di famiglie povere o non integrate indossare il velo è l’unica chance di poter uscire di casa. È paradossalmente ciò che denunciano le associazioni musulmane pro-integrazione che vedono nel divieto del velo un ostacolo all’emancipazione che avviene normalmente attraverso la scuola. Però molte altre studentesse hanno accolto la nuova regola con un sospiro di sollievo: «Eravamo sottoposte a pressioni pazzesche».

 

Nel frattempo il divieto del velo è stato adottato in tutte le scuole statali delle Fiandre. Quelle religiose sono libere di scegliere e ciò sta facendo sorgere in una parte della comunità musulmana di Anversa una propria scuola (ci sono quella cattolica e quella ebraica). Anche questo però è oggetto di critica: dobbiamo creare un “ghetto” islamico ad Anversa, tutte le ragazze coperte dal manto nero?

 

Un rebus da cui non si sa come uscire e che riguarda emblematicamente tutta l’Europa, dove le “seconde generazioni” musulmane sono al centro di processi umani e sociali estremamente delicati (come ricorda uno dei massimi studiosi italiani, Andrea Pacini). Si pensi alla tragedia della povera Sanaa, accaduta in un paesino del Friuli. Chiunque sente che non è “solo” un tremendo caso di cronaca (non è la prima volta che un padre uccide la figlia), ma ci riesce difficile afferrare e dipanare il groviglio di questioni implicate dal dramma di quella famiglia. Certo quello che si è sentito dire da certi ministri e politici in quell’occasione non aiuta, come non aiuterebbe la preside di Anversa.

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