Pudore addio?

Le nuove norme sulla sicurezza aeroportuale prevedono l’uso di un marchingegno chiamato body scanner. A molti è parso che venir messi elettronicamente a nudo prima di imbarcasi per un viaggio sia la violazione di un elementare diritto, del senso del pudore

Le nuove norme sulla sicurezza aeroportuale prevedono l’uso di un marchingegno chiamato body scanner. Si tratta di una macchina che riesce a vedere sotto i vestiti e individua se il passeggero porta nascosti sul corpo liquidi, polveri, detonatori che possa utilizzare per attentati terroristici. L’introduzione di questo strumento ha suscitato polemiche. Nonostante le varie polizie assicurino che il viso del passeggero è coperto, che la risoluzione dell’immagine è bassa, che i dati raccolti restano segreti eccetera, a molti è parso che venir messi elettronicamente a nudo prima di imbarcasi per un viaggio sia la violazione di un elementare diritto, il superamento di un limite, nell’esplorazione della persona, oltre il quale non si dovrebbe andare.

Riemerge, sebbene sotto le mentite spoglie del rispetto della privacy, quello che un tempo si chiamava pudore. È strano, perché siamo in un permanente stato di sovraffollamento di immagini in cui il nudo è più difficile evitarlo che trovarlo. Basta andare in un’edicola o utilizzare Internet per rendersene conto. Lo sanno i genitori minimamente preoccupati della educazione dei loro figli: chiusi in cameretta a fare sulla rete le ricerche per i compiti, gli adolescenti e anche i bambini possono essere letteralmente bombardati da immagini di corpi nudi, anche senza nessuna maliziosa intenzione. Il corpo, poi, nella pubblicità, nell’arte e nello spettacolo è ampiamente esibito, anche quando è del tutto superfluo.

Suona pertanto un po’ retorica e falsa la voce scandalizzata di chi grida alla violazione della privacy quando si parla di sicurezza e nel contempo sostiene che infrangere ogni regola di pudore sia non solo legittimo ma necessario per una presunta libera espressione di sé. Il fatto è che all’aeroporto non c’è di mezzo un’attrice, un fotomodello o uno/a sconosciuto/a che si espone per via telematica. Lì ci sono io. E subito dal mondo virtuale si passa, anche senza rifletterci, a quell’altra dimensione completamente diversa e stringente che è la mia propria persona, fatta anche di un corpo che non si vuole veder trattato senza pudore.

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Pudore è una parola dal suono un po’ antico; il suo senso è stato violentemente messo in discussione da una mentalità per cui ogni reticenza a mostrarsi sarebbe priva di significato, retaggio della sessuofobia delle religioni, cattolica in particolare. Invece il bisogno di pudore documenta che ciascuno di noi ha una intimità che non è disponibile sul mercato degli scambi banali; qualcosa di così profondo e personale che non lo si può mostrare al primo che passa.

 

Una intimità che accenna a una profondità della persona ancora più misteriosa: quello che sono non è esaurito da quello che puoi vedere, tanto che qualcosa deve rimanere nascosto. Almeno fin tanto che il nostro rapporto non si situi esattamente al livello di quella profondità, nella sfera di quella misteriosità. L’oscena assenza di pudore da cui siamo circondati sembra non ferirci solo perché, apparentemente, non ci riguarda. Ed invece essa violenta la nostra intimità molto più di quanto possano fare le immagini di un body scanner all’aeroporto.

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