L’aiuto ai “precari”

- Paolo Preti

Denuncia e pretesa portano solo a carriere personali, a disillusioni collettive e a violente scelte elitarie. Oggi più che mai c’è bisogno di esperienza e testimonianza

Moyo_DambisaR375
Dambisa Moyo (Foto: Imagoeconomica)

Voglio tornare sul tema del cosiddetto disagio giovanile, della mancanza di futuro e via di questo passo. Quello per intenderci che ha portato una madre a scrivere al Corriere per dichiarare la propria arrabbiatura motivata dalla precarietà professionale della figlia trentenne: la cosa si è un po’ smontata dopo che si è scoperto – Brunetta dixit a Porta a Porta – che questa signora è una capo-redattrice dello stesso giornale.

Nel frattempo, però, un padre aveva fatto in tempo a prendere posizione raccontando l’esempio del figlio che, nonostante difficoltà analoghe e anche con il suo aiuto, affronta con concretezza e voglia di fare la stessa situazione. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, al solito. Peccato però, ma sarà sicuramente un caso, che mentre la prima missiva ha trovato spazio nelle pagine nazionali con titolo a sette colonne, l’ottimismo è scivolato nel dorso regionale della Lombardia, richiamo in prima ma articolo nelle pagine interne, in fondo a destra. Sulla stampa certe volte verrebbe da dare ragione al nostro presidente del consiglio.

Ma a chi, e non dubito saranno in molti, continuerà a battere il tasto della povera gioventù occidentale d’oggidì consiglio la lettura di La carità che uccide di Dambisa Moyo, una quarantenne africana, dello Zambia, con master ad Harvard e dottorato a Oxford. “Un normale paese africano sub-sahariano è retto da una democrazia fragile, suscettibile di destabilizzazione politica per il concorso di fattori esogeni, e come la maggior parte dei paesi africani (anzi, di quelli in via di sviluppo), la sua popolazione è sbilanciata a favore dei giovani: il 50% dei cittadini ha meno di quindici anni. Data la scarsità di prospettive questo paese, qualunque esso sia, è estremamente vulnerabile: un terreno di coltura per scontento, disordini e guerra civile. Dove si troveranno fra vent’anni i suoi giovani?”.

Se è vero che non serve a nulla rispondere a chi ha il mal di denti con le altrui più gravi malattie, è altrettanto vero che la fine inizia con il non saper più chiamare le cose con il loro nome: il mal di denti è un mal di denti e null’altro, meglio non averlo, ma c’è di peggio. Il libro tuttavia fin dal titolo è utile per ben altri motivi: nessun paese, e dunque neanche una persona, si salva vivendo di aiuti terzi, internazionali o di qualunque prossimo. L’Africa degli ultimi trent’anni è stata inondata, almeno in valore assoluto, dagli interventi finanziari dei paesi economicamente più evoluti, mossi anche da rockstar e attori, ma la sua situazione materiale non è migliorata.

Tutte le articolate proposte alternative che la Moyo avanza hanno un comun denominatore: assumersi a ogni livello di quel continente le proprie responsabilità, farsi portavoce non del malcontento, ma di proposte concrete che aiutino a risolvere singoli problemi. Nel terzo millennio della globalizzazione e dell’individualismo, la persona è ancora in grado di fare la differenza.

 

Bene ha fatto dunque il Presidente Napolitano a ricevere i “rappresentanti” degli studenti di piazza. Li avrà sicuramente ascoltati per svelenire simbolicamente il clima, ma subito dopo ancora meglio avrebbe fatto, e chissà che non sia veramente successo, a raccontare loro l’esperienza di tanti altri ragazzi, molti di più, che si danno da fare per combinare qualcosa di buono e di concreto già da oggi e che quasi mai si sentono rappresentati dai primi. Se poi avesse favorito l’incontro tra i due gruppi, sperando, contro ogni speranza, in un reciproco ascolto, saremmo a cavallo.

 

Lo abbiamo già visto nel recente passato del nostro paese: denuncia e pretesa portano solo a carriere personali, a disillusioni collettive e a violente scelte elitarie. Oggi più che mai c’è bisogno, e c’è possibilità, di esperienza e testimonianza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali