Statalismo, quanto ci costi?

- Lorenza Violini

Nonostane la sussidiarietà sia sempre più apprezzata e applicata, si è ancora lontani dal riconoscere una sostanziale eguaglianza tra pubblico e privato, retaggio di visioni amministrative di taglio ottocentesco

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Di sussidiarietà si è parlato davvero tanto dal 1992, l’anno del Trattato di Maastricht. Principio europeo, norma costituzionale, fondamento della Dottrina sociale, rivisitazione del liberismo: le definizioni si sono moltiplicate, le riflessioni in materia vengono prodotte a ritmo serrato, ma il tasso di conoscenza cresce davvero?

E, ancora, oltre a conoscere la sussidiarietà, quanti – dentro gli apparati pubblici – la prendono sul serio e la applicano nell’esercizio delle loro competenze? A qualcuno è venuta la curiosità di indagare e, dopo aver vivisezionato l’educazione (2006), le riforme istituzionali (2007) e le imprese (2008), è toccato alla pubblica amministrazione locale essere sotto i riflettori degli statistici della Fondazione per la Sussidiarietà, guidati dal Prof. Carlo Lauro, alla ricerca del tasso di attuazione del principio nel nostro Paese.

L’indagine ha toccato quest’anno prima i Comuni e le loro politiche sociali poi i cittadini e, in particolare, il loro grado di soddisfazione rispetto a tali politiche, con risultati di tutto rispetto, in parte certamente inattesi.

In estrema sintesi si può dire che ormai il principio in esame è entrato nel dna dell’amministratore locale, che lo conosce e dichiara di apprezzarlo e applicarlo a piene mani, almeno per quanto riguarda il settore indagato; il che non sorprende, visto che l’impianto normativo che regola la materia, la legge 328 del 2000, ha una forte impronta sussidiaria.

 

Nuova invece è la consapevolezza dei significati da annettere al principio stesso: sussidiarietà vuol dire, primariamente, responsabilità, (e non cieco laissez faire) e questo è un passaggio non da poco in un clima culturale e politico ancora spesso dominato da centralismo e statalismo.

Anche il cittadini dichiarano di conoscerlo, certo in percentuale più bassa rispetto agli amministratori; entrambe le categorie, tuttavia, sono accomunate da una forte percezione di positività rispetto al nostro principio, cui è riservato un altissimo gradimento.

L’amministrazione comunale poi, che copre l’ultimo miglio nel rapporto tra stato e cittadini, è percepita come positiva dai cittadini stessi, mentre più lontane – e non solo geograficamente – sono sentite le province e le regioni. Si può sperare in un riavvicinamento, soprattutto se anche questi enti faranno propria la sussidiarietà, fattore di successo e anche di efficienza: i vouchers, ad esempio, che garantiscono ai cittadini libertà di scelta tra i diversi fornitori di beni e servizi di interesse generale quali la sanità, la formazione e l’assistenza, sembrano essere assai graditi anche se per ora poco diffusi.

Si è poi rilevato che quelle tra le politiche sociali che gli amministratori dichiarano essere più efficienti (sanità, politiche per la famiglia, per l’infanzia e per gli anziani) sono quelle in cui gli stessi dichiarano di applicare in modo esteso la sussidiarietà. E anche i cittadini si dichiarano un buon grado di soddisfazione rispetto a queste stesse politiche.


Tutto roseo? Certamente no. La strada della sussidiarietà è lunga, come ha tenuto a ribadire il dott. Sanese in una delle interviste che completano il Rapporto 2009 e che, come segretario generale della Regione Lombardia, di sussidiarietà se ne intende.

Si è, ad esempio, ancora lontani dal riconoscere una sostanziale eguaglianza tra pubblico e privato, retaggio di visioni amministrative di taglio ottocentesco, e si tende a riversare le inefficienze dell’amministrazione sulla mancanza di risorse quando si sa bene che il primo punto di lavoro è il recupero dell’efficienza e non la logica delle vacche grasse, su cui abbiamo campato per decenni.

Altri dettagli dell’indagine saranno presentati oggi a Roma, con tutte le cifre e le relative tabelle. Questo primo assaggio sui risultati può essere l’invito ad entrare in merito sia all’indagine sia, più in generale, al tema che essa affronta, in un momento in cui – approssimandosi le consultazioni elettorali – fare bilanci è certamente utile ma fare programmi è di fondamentale importanza.

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