Dante a colazione

- Pierluigi Colognesi

Capita di svegliarsi con la luna di traverso. A volte ci si sente come un bambino che non vuole lasciare la comodità del seno materno per affrontare l’avventura sconosciuta della vita che si riapre.

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Capita di svegliarsi con la luna di traverso. A volte ci si sente come un bambino che non vuole lasciare la comodità del seno materno per affrontare l’avventura sconosciuta della vita che si riapre. Altre volte viene a galla il sapore amaro di uno spiacevole ricordo del giorno prima o l’altrettanto sgradevole previsione per quello che ci attende. Può capitare anche di svegliarci quasi di soprassalto per qualcosa che ci ha colpito nel sonno o nella grigia sonnolenza che precede il risveglio. Oppure di essere presi alla gola da un’ansia inspiegabile, tanto più minacciosa quanto più non ne individuiamo esattamente la causa.

Insomma, il risveglio, quella sorta di nuova nascita che la nostra coscienza affronta tutti i giorni, è forse il momento decisivo della giornata. Che dà una sorta di imprinting a tutto il tempo che passerà fino a quando ricadremo nella non consapevolezza del sonno serale. Solo una abitudine alla distrazione non ci fa riflettere su questo cruciale momento.

Dopo il primo faticoso giorno trascorso in Purgatorio, Dante è davvero stanco. Le emozioni sono state fortissime, gli incontri avuti lo hanno profondamente coinvolto, la novità del paesaggio e la fatica della salita lo hanno stremato. Verso sera, Dante si trova nella valletta fiorita dove i principi che non hanno ben esercitato il loro ministero attendono, come il poeta, di poter accedere alla porta del Purgatorio vero e proprio.

La sera è l’ora del possibile sconforto, della tentazione. Infatti, mentre i principi intonano l’inno di compieta – il Te lucis ante, con cui da sempre i cristiani chiedono protezione dalle oscure minacce della notte – arriva la biscia del tentatore. Ma ormai essa non può più nulla e viene facilmente scacciata da due angeli, dalle ali verdi come la speranza. Superata quest’ultima emozione Dante si addormenta.

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Si sveglia di soprassalto in un luogo sconosciuto e il suo animo «spaventato, agghiaccia». In queste semplici parole è racchiusa tutta la gamma delle insicurezze, delle ansie, delle paure che noi banalmente chiamiamo «luna di traverso». È solo un istante. Ma uno di quegli istanti di sospensione su un vuoto in cui ci si potrebbe perdere. Ma Dante ha di fianco la fida guida, Virgilio, che lo rincuora:

«Non aver tema», disse il mio segnore;
«fatti sicur, che noi semo a buon punto;
non stringer, ma rallarga ogni vigore».

Al mattino abbiamo proprio bisogno di sentirci dire queste semplici parole, quelle con cui il divino che interviene nella storia dell’uomo ha sempre iniziato il suo dialogo con lui: «Non temere». Virgilio sa bene che c’è qualche cosa, pur indistinta, che ci fa paura, sa bene che si dovrà camminare nella giornata senza sapere cosa capiterà, che verrebbe voglia di restringersi sotto le lenzuola.

 

Eppure offre la possibilità di essere sicuri, di constatare che val la pena di camminare perché siamo, comunque, a buon punto, che si può vigorosamente mettere in campo le proprie energie. E spiega a Dante perché può dire così. Egli si trova sì, all’inizio di quella giornata, in un luogo strano, ma perché qualcuno – santa Lucia discesa appositamente dal Paradiso – ce lo ha portato. Per il suo bene.
La spiegazione soddisfa il poeta prima timoroso. Dante scrive allora i mirabili versi che mi recito la mattina, quando ho la luna storta:

 

A guisa d’uom che in dubbio si raccerta
E che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
mi cambiai io…



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