I figli “flessibili”

Nel 2008 sono nati 13mila bambini in più rispetto all’anno precedente. Sembrano pochi, eppure in tempi di inverno demografico è bene dare risalto a una notizia che la grande stampa ha invece snobbato

Nel 2008 sono nati 13mila bambini in più rispetto all’anno precedente. Sembrano pochi, eppure in tempi di inverno demografico è bene dare risalto a una notizia che la grande stampa ha invece snobbato. I numeri diffusi dall’Istat parlano di 1,42 figli per donna, una cifra molto lontana da quelle dell’Irlanda (2,1) e della Francia (2,0), ma sicuramente in costante ripresa da un quindicennio.

 

Il merito di questa ripresa demografica è in parte legato agli stranieri, che come noto tendono a fare più figli. Il dato che balza maggiormente agli occhi è che anche tra le donne italiane si è ormai diffusa una significativa tendenza alla crescita, segnale evidente di un’inversione di tendenza che resta ancora tutta da spiegare. Nel 2006, giusto per fare un esempio, il numero di figli per donna italiana era fermo a 1,26, rispetto all’1,30 attuale, mentre tra le straniere siamo scesi da 2,50 agli attuali 2,31.

La cosa interessante è che questa ripresa della fertilità appare molto più marcata nelle regioni del Nord rispetto al resto del Paese. E anche qui è la componente italiana a mostrare i segnali di un dinamismo che invece nel resto del Paese appare decisamente più contenuto. Anche le stime per il 2009 confermano questo fenomeno, tanto che il Nord è accreditato di un’ulteriore crescita demografica nonostante la presenza di una leggera flessione prevista a livello nazionale.

Dopo il grande gelo iniziato negli anni Sessanta e conclusosi con il minimo storico del 1995, anno in cui il numero di figli per donna raggiunse la non invidiabile quota di 1,19, da un quindicennio in Italia si è ricominciato a fare figli. Il tutto senza che la politica si sia mai posta il problema di un intervento integrato al tema, limitandosi a una campagna per la diffusione degli asili nido che oggi appare sempre meno adeguata di fronte a un panorama sociale sempre più complesso.

C’è dunque da domandarsi quali siano le ragioni profonde di questa lenta ma costante crescita. I territori dove appare più marcata la crescita demografica sono al tempo stesso quelli più ricchi, con i tassi di occupazione femminile più alti e con la maggiore dotazione in asili nido. Ma i tassi di fertilità delle italiane residenti in Lombardia o in Veneto restano leggermente più bassi rispetto a quelli delle concittadine campane, pugliesi e siciliane, abitanti di regioni in cui i redditi, i tassi di occupazione femminile e la dotazione di asili nido sono decisamente più bassi. L’impressione è che, sottotraccia, vi siano elementi nuovi che le normali analisi sociali ed economiche non riescono a spiegare.

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Le famiglie non decidono di fare più figli semplicemente perché più donne lavorano e più asili sono pronti ad accogliere i loro figli per il maggior numero di ore possibili (magari anche di notte, come qualche illuminato ha proposto recentemente). Con buona pace di tutti, le scelte famigliari non si piegano facilmente a queste apparentemente semplici istruzioni per l’uso.

 

Quel che sembra incidere maggiormente, accanto a modelli culturali che appaiono differenti rispetto a quelli di pochi anni fa, è invece la flessibilità dei tempi e delle mansioni, che in quest’ultimo decennio si è sviluppata proprio nelle regioni (quelle del Nord, Lombardia e Veneto in testa) segnate dalla più vigorosa ripresa della fertilità.

 

Ecco perché un’autentica via sussidiaria alla conciliazione dei tempi di vita richiederebbe, oltre all’impegno sul fronte degli asili nido, un ripensamento delle tutele accordate nel periodo di maternità e un maggior coraggio da parte dello Stato nell’incentivare forme di flessibilità ancora scarsamente utilizzate, come il telelavoro, il job-sharing o il part time, in particolare per le donne (o gli uomini) con figli molto piccoli.

 

Soluzioni che ampliando lo spettro delle scelte possibili, paiono più rispettose delle esigenze di tutti i membri della famiglia (figli piccoli compresi), mandando in soffitta la politicamente corretta dittatura delle “pari opportunità”.

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