L’umanità sfinita

- Pierluigi Colognesi

Inizia la settimana santa. La liturgia la introduce con frasi realistiche e senza mezze misure. Parla di «umanità sfinita per la sua debolezza mortale». Cosa vuol dire?

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Michelangelo, Pietà Rondanini (1561-64)

Inizia la settimana santa. La liturgia la introduce con frasi realistiche e senza mezze misure. Parla di «umanità sfinita per la sua debolezza mortale». Il punto di partenza dell’itinerario che condurrà alla Pasqua è, dunque, la consapevolezza di far parte di una umanità sfinita; anzi, di essere una umanità sfinita per la propria debolezza.

Qui bisogna intendersi bene. La sfinitezza di cui si tratta non descrive un problematico stato d’animo o un disagiato sentimento interiore. La facile scappatoia verso motivazioni e conseguenti giustificazioni psicologiche confonde e non permette di cogliere il nocciolo della questione. Proprio stamattina, nel tragitto dalla fermata dell’autobus al mio ufficio, ho colto un interessante stralcio di conversazione. Una signora diceva alla sua amica: «Eh sì, siamo tutti depressi». La confusione è incombente e la scappatoia già imboccata. Siamo depressi perché cose e persone attorno premono e ci schiacciano, perché la vita non va come dovrebbe, perché non siamo all’altezza delle nostre aspirazioni, perché il tempo passa e non sembra mai arrivare la primavera di un’autentica rinascita; per giunta, la stessa primavera della natura è in ritardo. La soluzione? Far finta di niente fin che si può e tirare avanti. E se poi non ce la si fa proprio, un qualche supporto psicologico o farmaceutico può dare una mano.

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La sfinitezza di cui parla la liturgia è radicalmente altra cosa. È constatazione che sui tentativi messi in atto per migliorare noi stessi e le circostanze intorno pesa l’ombra dell’impotenza. Che per la propria debolezza non si riesce a togliere la ragnatela che rende i rapporti sempre un po’ incerti e fastidiosi. Che finito il lavoro, anche se è andato tutto bene, ti resta un margine opaco di insoddisfazione, come se in fondo non avessi avuto una ragione adeguata per dedicartici. Che, insomma, la debolezza è proprio «mortale», conduce alla morte.

 

È la sfinitezza che chiude il Brand di Ibsen. Con ferrea volontà Brand, un pastore protestante, ha modellato la propria umanità su obiettivi radicali e totalizzanti. Ma è sempre più solo e freddo. Si trova alla fine in mezzo alla vastità ghiacciata dei monti e, mentre una valanga sta per travolgerlo, grida: «Rispondimi, o Dio, mentre la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per compiere un solo atto perfetto?». No, non è sufficiente, risponde la liturgia del lunedì santo. Non è sufficiente perché l’umanità è «sfinita per la sua debolezza mortale» che nessun irrigidimento morale può superare.

 

Nel dramma di Ibsen la risposta all’angosciato Brand è una voce che dall’esterno viene a consolare e pacificare. Non è questa la risposta cattolica. Infatti l’orazione della liturgia chiede che la nostra umanità sfinita «riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio». Il radicale pessimismo cristiano non si stempera in una soluzione estrinseca. È proprio la mia umanità che continuamente riprende vita. Perché la settimana santa finisce con la Pasqua.

 

 

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