Shakespeare, come si impara?

- Pierluigi Colognesi

La commedia di Shakespeare Pene d’amor perdute contiene spunti interessanti sull’educazione che in questi tempi attraversa una grave emergenza

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La commedia di Shakespeare Pene d’amor perdute inizia in modo solenne. Il giovane re di Navarra e i suoi tre fidati amici gentiluomini stipulano un impegnativo patto: per raggiungere la saggezza, per arrivare al culmine della conoscenza vivranno per tre anni da reclusi nella reggia, dedicandosi esclusivamente allo studio.

Un programma educativo di tutto rispetto; per completare il quale i quattro si impegnano a essere morigerati nel mangiare, a non curarsi del vestito e, soprattutto, a non cedere alle lusinghe d’amore. Ragion per cui nessuna fanciulla potrà accedere al palazzo. A dire il vero uno dei quattro, Biron, ha qualche dubbio sulla sensatezza del progetto: «Penosamente un uomo s’intesta a ponzare su un libro, cercando la luce della verità: e intanto la verità a tradimento pian piano gli toglie la luce degli occhi». Comunque anche lui accetta le regole.

Sfortunatamente (fortunatamente) proprio in quel giorno arriva un’ambasciata del re di Francia, che il sovrano di Navarra non può proprio evitare di ricevere. La delegazione è composta, ovviamente, da quattro ragazze: la giovane principessa francese e tre sue damigelle. La commedia si accende subito in un gioco pirotecnico di battute, di sottintesi, di motti salaci. Shakespeare prende in giro il linguaggio galante e vuoto di tanta poesia amorosa, quello pedante dei saccenti, quello sciatto degli insegnanti, quello falso in cui possiamo cadere tutti.

Fatto sta che i quattro si innamorano ciascuno di una dama. L’uno dopo l’altro compaiono sulla scena lamentandosi di aver nell’intimo tradito il giuramento di dedicarsi esclusivamente allo studio e leggono brani di poesia dedicati all’amata. Nessuno di loro sa che un altro, di nascosto, l’ascolta. E così, nel giro di poche battute si ritrovano vicendevolmente smascherati. Che fare? Andare contro il proprio sentimento per non perdere l’onore oppure infrangere il giuramento per salvare l’amore.

È Biron che dice la parola risolutiva. Qual era lo scopo? Imparare. Ma come si impara? Loro avevano pensato che la strada fosse chinarsi sui libri, tenendo fuori dall’orizzonte ogni realtà che potesse disturbare lo studio. Ma questo non poteva che produrre un sapere astratto, libresco appunto. Infatti le loro parole erano piatte, come quelle che si copiano da altri. Le parole si sono invece accese di verità e di bellezza quando sono state dettate da un sentimento che li coinvolgeva per intero: l’amore.

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«Esistono studi ponderosi che assorbon del tutto la mente dei loro cultori – che sono infecondi sgobboni: ma chi li ha visti i frutti di tante pesanti fatiche? L’amore invece, che occhi di donna han dapprima ispirato, non vive di se stesso, murato nel nostro cervello, ma nobile e fluido, al pari di ogni altro elemento vitale, invade, rapido come il pensiero, le facoltà umane, e di ciascuna raddoppia la forza e il vigore».

 

È la rivincita della concretezza esistenziale sull’astrazione intellettuale. Una lezione importante oggi, per noi che ci troviamo in piena emergenza educativa. Non c’è nessuna possibilità di educare se non si sa proporre un coinvolgimento affettivo oltre che intellettuale, cioè dell’interezza della persona.

 

Ognuno dei quattro cercherà, allora, di conquistare la propria dama, perché «i libri, le arti, le scienze di un’accademia che spiega, comprende e alimenta ogni umana realtà» non sono altro che «gli occhi delle donne». E solo quando avranno abbandonato la falsità delle parole libresche, la maschera delle astrazioni, raggiungeranno il loro obiettivo.

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