La fede non è un numero

- Davide Rondoni

In 6 anni diminuiscono di più del 14% i giovani che si dicono cristiani cattolici. Erano il 66,9% nel 2004 e sono ora il 52,8%

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Se va avanti così, tra una trentina d’anni non ci sarà neanche più un giovane cattolico in Italia. Uno sfascio. Verrebbe da pensare così leggendo i dati di una ricerca statistica presentata in questi giorni. In 6 anni diminuiscono di più del 14% i giovani che si dicono cristiani cattolici. Erano il 66,9% nel 2004 e sono ora il 52,8%.

 

La ricerca (Iard per conto di “Nuove Regaldi” di Novara) ha testato un campione di mille ragazzi tra i 18 e i 29 anni. Ci sono poi una serie di “sottogruppi” identificati dalla ricerca, che indaga i diversi volti del rapporto tra giovani e religiosità. Ma restiamo al dato gigantesco.

È vero che una realtà come la vita di fede non può essere descritta con la statistica, però qualcosa ci viene detto. Da un lato, che più della metà dei giovani italiani si dicono cristiani cattolici. E il dato può stupire, pensando all’immagine di giovane che più spesso ci viene ammannita dai media come “dominante” nella nostra società. Dall’altro (e i due fenomeni sono in relazione) si assiste a un calo fortissimo nel giro di poco tempo.

Evidentemente si tratta di una “autodefinizione” di sé che poggiando su inerzia tradizionale o su una leggera patina di convinzioni viene spazzata rapidamente via dal continuo infuriare di altre proposte e di altre immagini di se stessi. La fede non resiste se non come esperienza che tocca le radici della personalità. Non resiste come cultura, come convenzione, come morale. La fede cattolica “paga” in un certo senso nel nostro paese l’essersi troppo a lungo appoggiata a una proposta convenzionale. Si dava per scontata la forza, l’avventura radicale della fede. Essere cattolico per la maggior parte degli italiani ha significato non uscire dai binari di una tradizione consolidata.

Ma questo, specie con i giovani, non tiene. L’eccesso di clericalizzazione, di “istituzionalizzazione” sono fenomeni che non portano nessuno più vicino alla scoperta della fede. Una Chiesa che a lungo, come ha detto l’allora card. Ratzinger al Meeting di Rimini, ha pensato ad auto-occuparsi in attività di vario genere (dall’organizzativismo pastorale alla politica) ha finito per smettere di incontrare uomini e donne, e giovani, nel cuore della vita, e negli ambienti in cui la vita accade normalmente.

A una struttura enorme ha corrisposto un calo di vita. Di cultura e di comunità. Diceva don Giussani: le parrocchie han costruito sale biliardo e sale cinematografiche per provare a “trattenere” i giovani, però i film li facevano gli altri.

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Certo, la pressione di modelli e di parole d’ordine è enorme. E fortissimo il continuo tentativo da parte dell’intellighentzija del nostro paese in scuole e media di rappresentare la fede cattolica come una faccenda ridicola, banale e oscura. Tutto questo a volte con la connivenza di clero e credenti non si sa se più babbei o accecati da vanità di “piacere” ai salotti bene.

 

Ci sono un sacco di “cattolici” in posizioni di prestigio dentro i media o nel campo della istruzione, ad esempio, incapaci di elaborare non dico proposte alternative, ma nemmeno di alzare qualche timida barriera. In questo senso ci sono responsabilità gravi dei politici cattolici e delle gerarchie nelle indicazioni e nelle scelte delle persone.

 

Spariranno dunque i cattolici giovani dal nostro paese? La sa Dio, in fondo. Ma di certo, si vede che in molti ragazzi, in diverse esperienze la fede è un avvenimento che ha segnato la personalità fino alle radici. E nulla prevarrà contro di loro.

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