GB/ Parlamento impiccato?

- Roberto Fontolan

Giovedì 6 maggio la Gran Bretagna va al voto e a molti inglesi pare l’occasione opportuna per pensare al senso di questo atto politico. Senz’altro dovrebbe farlo l’Italia, e con un po’ d’invidia

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Giovedì 6 maggio la Gran Bretagna va al voto e a molti inglesi pare l’occasione opportuna per pensare al senso di questo atto politico, a cosa si desidera per il bene della società (che secondo Margareth Thatcher “non esiste”), a quali criteri utilizzare per esprimere la propria scelta.

È chiaro che per il Labour, in verità il New Labour inventato da Tony Blair con il quale trionfò nel 1997, si tratta di un verdetto decisivo, un’ordalìa. Il partito che diede entusiasmo a una intera nazione, che difese i più poveri, che riuscì a ridare dinamismo alla piccola borghesia e al proletariato britannico, che portò idee sensate sulla scuola, che riscattò la libera iniziativa dei cittadini, che favorì l’imprenditoria (in dieci anni sono passate da 3,7 a 5 milioni le imprese con meno di 250 dipendenti) e le ricerche scientifiche più pazze e immorali, che restò poco europeo e molto americano, è oggi percepito come vecchio e superato, e destinato ad una spettacolare sconfitta, rischiando di finire addirittura terzo. In questo l’avvicendamento tra il brillante Blair, ancorché discusso e contestato per l’Irak, e un mesto Gordon Brown (59 anni) non ha certo giovato.

Infatti, tutti i sondaggi danno per scontata la vittoria di David Cameron (44 anni), il giovane leader conservatore, spalleggiato da think tank energici e innovatori come il Res Publica di Philip Blond, il quale è da qualche anno frequentatore del Meeting di Rimini, dove ha visto all’opera le idee motrici del cattolicesimo moderno: sussidiarietà, solidarietà, libertà di impresa e di educazione, protagonismo comunitario. Nelle ultime settimane è emersa la terza forza di Nick Clegg (43 anni: per favore notare le età degli sfidanti e paragonarle con quelle di altri leader europei), capo dei LiberalDemocratici. È stata una scoperta soprattutto televisiva, dal momento che prima del primo dei tre videoround tra gli sfidanti, cose che purtroppo non vedremo mai in Italia dove siamo condannati al nanismo mediatico, l’opinione pubblica che notoriamente ha opinioni su tutto, su di lui non ce l’aveva. Poi la sorpresa di un uomo equilibrato, convincente, con idee forse un po’ astratte sulle tasse e sull’ambiente, ma comunque capace di dettare dei temi, di costringere gli altri a fare i conti con le sue parole chiave.

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Ed è saltato fuori l’inusuale (per i britannici) profilo di un politico cresciuto in Europa, proprio tra le istituzioni comunitarie così poco amate in patria: Collegio d’Europa e Parlamento di Bruxelles. Clegg parla cinque lingue, ha sposato una spagnola, la madre olandese è stata prigioniera di guerra in Indonesia, e il padre è per metà russo. Insomma la novità politica a Londra è il prodotto del melting pot europeo (quello americano non esiste più da tempo), formato in quel crogiuolo di lingue, interessi e compromessi che ha come centro la capitale del Belgio.

 

È possibile che giovedì sera la Gran Bretagna si ritrovi più tripartita che bipartita, e costretta quindi ad un aborrito governo di coalizione (disprezzato in quanto troppo “tedesco” e “italiano”). Ma comunque, al di là delle formule della stretta politica, la campagna elettorale inglese ha messo in luce la crisi di idee di un grande partito che ha troppo governato, le chances di vittoria dei vecchi conservatori completamente rinnovati ed “energizzati”, l’imprevisto protagonismo dei solitamente spenti LibDem che potrebbero uscire anche come ago della bilancia di un “hung Parliament” (il “Parlamento impiccato”, privo di un solida maggioranza). Per una campagna elettorale britannica non è poco, ed è uno dei rari casi per i quali da qui possiamo guardare alla “perfida Albione” con una punta di invidia.

 

 

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