La barca di Pietro

- Pierluigi Colognesi

L’attuale successore di Pietro non cessa di tenere il timone della barca saldamente puntato verso la meta. Ecco perchè tutti i suoi nemici non capiscono davvero cos’è la Chiesa

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Benedetto XVI (Imagoeconomica)

Domani è la festa di san Pietro, la festa del Papa. Da ormai molto tempo dicono che la barca di cui il Primo degli Apostoli è il nocchiero attraversa acque agitate ed è scossa all’interno da movimenti improvvidi che la fanno ondeggiare. Sui giornali si susseguono inchieste e scoop variamente credibili e documentati; su molti dei quali aleggia l’odore macabro di chi – come un avvoltoio – trova soddisfazione soltanto se può infangare e distruggere. Stuoli di commentatori si esercitano nel pontificare – è proprio il caso di usare questo termine – su cause e rimedi della presunta «crisi»; lasciando spesso nel lettore l’amara impressione che parlino di una cosa che in fondo non li interessa, da cui si tirano spocchiosamente fuori. Come l’evangelico fariseo che guardava dall’alto in basso le miserie del povero pubblicano, là in fondo alla chiesa a chiedere perdono dei suoi peccati.

Dal canto suo, l’attuale successore di Pietro non cessa di tenere il timone della barca saldamente puntato verso la meta. Con coraggio ricorda l’essenziale; come quando a Lisbona ha detto: «Ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Senza tentennamenti chiede noi figli della Chiesa il coraggio di riconoscere il nostro peccato e di fare, sicuri della misericordia di Dio, la penitenza necessaria per purificare la barca dalla «sporcizia» che noi stessi abbiamo trascinato in essa e per i pesi che le rendono difficoltosa la navigazione.

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Uno degli innumerevoli commenti che la stampa sta dedicando al mondo cattolico titolava così: «La Chiesa di papa Ratzinger si salverà?». Stia tranquillo il giornalista (ammesso che gli interessi qualcosa): si salverà. E non tanto perché nella sua bimillenaria storia ha assistito a bufere non meno impegnative di quella che sta attraversando ora e ha dolorosamente sperimentato al suo interno divisioni e tradimenti ben più gravi di quelli attuali. Si salverà perché non è come una multinazionale che ha subito un rovescio negli affari o il cui amministratore delegato è scappato con la cassa; non è un’associazione di persone ben intenzionate che perseguono un nobile scopo e improvvisamente si vedono sorpassati da altri in quell’obiettivo o scoprono che qualche socio pensa ai fatti suoi; non è un’accademia di studiosi le cui teorie possano venir messe in discussione da qualche nuova scoperta o dal fallimento di un esperimento. Semplicemente la Chiesa – corpo di Cristo nella storia – è già salvata e questa salvezza offre continuamente a tutti.

 

Che poi la storia le si avventi contro, castigandola o perseguitandola, oppure le tributi trionfi e riconoscimenti, magari interessati, non cambia la sostanza. Potrebbe accadere come nel finale del Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv: gli abitanti della barca ridotti a pochi fedeli, il mondo che si disinteressa della proposta dei cristiani, i traditori che si moltiplicano allettati dalle lusinghe del potere o travolti dalla paura. Sempre resterebbe la certezza incrollabile del nocchiero; non per sua capacità, ma perché a questo è stato eletto. Resterebbe sempre qualcuno che avrà il coraggio di rispondere all’imperatore di turno (e ai suoi manutengoli): «Grande sovrano, quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiano che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità».

 

 

 

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