Confessioni di un portoricano

La Chiesa deve affrontare diverse questioni, ben sintetizzate dall’Arcivescovo di Miami nella sua omelia di insediamento

Senza dubbio l’argomento più dibattuto nelle notizie della scorsa settimana negli Stati Uniti è stata la “marea nera” del Golfo del Messico con tutte le sue implicazioni, specialmente le conseguenze politiche per il presidente Obama. Altri temi sono in attesa di passare al centro dell’attenzione nazionale, quali l’economia, la candidatura di Elena Kagan alla Corte Suprema, l’influenza del Tea Party sulle prossime elezioni di mezza legislatura, l’abolizione della politica “non chiedere, non dire” per gay e lesbiche nelle forze armate, e via dicendo.

 

E poi c’è la Coppa del Mondo di calcio in Sudafrica. È interessante che Time Magazine abbia dedicato il suo doppio numero estivo al Mondiale, pubblicando gli stessi articoli in tutte le sue edizioni nei vari Paesi. Nell’edizione americana vi era, tuttavia, un articolo su un tema che condizionerà il futuro del Paese molto più della Coppa del Mondo, e cioe l’immigrazione. L’articolo si intitola “La battaglia per l’Arizona” e descrive con toni drammatici cos’è in gioco nell’attuale riforma delle leggi sull’immigrazione per l’intera nazione, non solo per l’Arizona.

La Chiesa cattolica è fortemente coinvolta in questa discussione, dato che molti degli immigrati che preoccupano, o perfino spaventano, molti americani sono ispanici o latinos. È perciò istruttivo vedere come la Chiesa affronta questo dibattito, partendo dalla predica di insediamento, un po’ più di una settimana fa, del nuovo Arcivescovo di Miami, Thomas Wenski, uno dei maggiori esperti sull’immigrazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa.

L’Arcivescovo Wenski ha incominciato sottolineando l’importanza di questa materia per l’arcidiocesi di Miami: “Miami può con diritto affermare di essere la nuova Ellis Island (l’isola di fronte a New York su cui venivano raggruppati gli emigranti in arrivo negli Stati Uniti, ndr), perché è diventato il porto di accesso per profughi e immigrati da tutto il mondo, soprattutto dai Caraibi e dall’America Centrale e del Sud. Ovviamente, qui non c’è nessuna Statua della Libertà a dare il benvenuto ai nuovi arrivati, che talvolta non sono comunque molto ben accolti; tuttavia, negli ultimi 52 anni […] la Chiesa di Miami ha continuato a offrire il suo materno abbraccio a tutti”.

“Miami (e la Florida del Sud) è parte di questi Stati Uniti – ha sottolineato poi – ma è diventata anche una parte vitale delle tante nazioni dalle quali è arrivato il nostro popolo: Haiti, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Colombia, il resto dei Caraibi e dell’America Centrale e del Sud. Miami si vanta di essere la capitale dell’America Latina, se non dell’intero emisfero. La presenza qui oggi di Vescovi dell’Ecuador, dell’Uruguay, di Porto Rico, Cuba e Haiti dimostra che questo non è un vanto senza fondamento”.

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Dopo aver parlato in un fluente spagnolo e creolo, Wenski ha continuato: “Nell’Arcidiocesi di Miami abbiamo i nostri problemi. La crisi economica, la chiusura di scuole, e di più di una dozzina di parrocchie, hanno frustrato tutti e fatto arrabbiare molti. Ma non sentiamoci angustiati per noi stessi”. “Possiamo essere preoccupati da molte cose, ma non dimentichiamo la cosa che è veramente necessaria: il nostro rapporto con Gesù Cristo. Non abbiamo altra ricchezza che questa: il dono dell’incontro con Gesù Cristo”.

 

L’Arcivescovo ha ricordato come il mese scorso il Papa abbia osservato come “la più grande persecuzione della Chiesa non venga dai nemici esterni, ma dall’interno della Chiesa stessa”. Con parole che dimostrano la sua diversità da molti altri leader ecclesiastici, l’Arcivescovo Wenski ha ammonito che “la sofferenza della Chiesa” non verrà risolta da migliori programmi di computer, da più efficienti procedure economiche, o perfino da più efficaci prediche, “ciò che è richiesto è piuttosto la conversione, un nuovo impegno di tutti a vivere coerentemente la fede”.

 

È dopo questa fondamentale considerazione che l’arcivescovo ha affrontato il tema dell’origine del ruolo della Chiesa nell’attuale scontro culturale, riferendosi “alla crescente influenza all’interno della nostra cultura di quella che Papa Benedetto ha chiamato ‘la dittatura del relativismo’”, osservando che “questo mondo radicalmente laicizzato vuole ridurre la fede all’ambito del ‘privato’ e del ‘soggettivo’”. Ha poi delineato quella che dovrebbe essere la risposta della Chiesa a questa sfida: “A un mondo tentato di vivere come se Dio non avesse importanza, un mondo che quindi vive in bilico sull’orlo della disperazione, noi dobbiamo testimoniare la speranza dimostrando, con quello che diciamo e facciamo (e non facciamo) quanto bella e gioiosa sia la vita quando uno vive convinto che Dio conti realmente. E, siccome Dio conta, siamo chiamati a costruire una vita in cui conti anche l’uomo”.

 

L’Arcivescovo Wenski ha continuato: “Noi portiamo nel pubblico dibattito politico su questioni come la vita umana, la dignità, la giustizia e la pace, la riforma sull’immigrazione, il matrimonio e la famiglia, una concezione della persona che, fondata sulla Scrittura, è accessibile anche alla ragione umana. Questa concezione espressa nell’insegnamento sociale della Chiesa può sembrare complessa, ma io credo che possa essere riassunta in una sola, semplice frase: nessun uomo è un problema. Ecco perché come Arcivescovo di Miami continuerò ad affermare un’etica della vita positiva e coerente: nessun essere umano, non importa quanto povero o debole, può essere ridotto solo a un problema. Quando permettiamo a noi stessi di pensare a un essere umano solamente come a un problema, noi offendiamo la sua dignità, e ci sentiamo autorizzati a cercare ciò che conviene, ma non soluzioni”.

 

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L’Arcivescovo ha poi portato diversi esempi di come questa impostazione sia riflessa nell’insegnamento della Chiesa circa l’aborto, il matrimonio, la salute, la pena di morte, e l’immigrazione.

 

“Per noi cattolici, perciò, non ci possono essere cose come ‘un problema gravidanza’, ma solo un bambino che deve essere ben accolto alla vita e protetto dalla legge. Il profugo, l’immigrato, anche senza documenti, non sono un problema. Può essere forse uno straniero, ma uno straniero da abbracciare come un fratello. Perfino i criminali, con tutto l’orrore dei loro crimini, non perdono la loro dignità di esseri umani, che viene loro da Dio. Anch’essi devono essere trattati con rispetto, anche nella punizione. Per questo la Dottrina sociale della Chiesa condanna la tortura e chiede l’abolizione della pena di morte”.

 

La conclusione dell’omelia ha sintetizzato la concezione di fondo che lo guiderà: “Stiamo iniziando un nuovo capitolo nella storia della nostra Chiesa locale. Dobbiamo guardare avanti, come Pietro, fiduciosi nelle parole di Cristo ‘Prendi il largo’. Duc in altum. Il Signore ci ha già assicurato: ‘Sono con voi sempre’. Quindi, incominciamo, ripartiamo da capo da Cristo”. Cosa posso aggiungere io? Solo: così sia.

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