Un problema morale?

- Lorenzo Albacete

Il presidente Obama ha aperto un nuovo fronte nel già surriscaldato dibattito preelettorale, quello della riforma delle leggi sull’immigrazione

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Il presidente Obama ha aperto un nuovo fronte nel già surriscaldato dibattito preelettorale, quello della riforma delle leggi sull’immigrazione, rivelando qualcosa che sembra finalmente essere una novità nell’attuale panorama politico. Si tratta infatti di una materia in cui il presidente ha l’appoggio di un numero crescente di leader evangelici conservatori.

 

In occasione di un importante discorso sulla necessità di riformare la politica nazionale dell’immigrazione, Obama è stato presentato dal prominente ministro evangelico Rev. Bill Hybells, della Willow Creek Community Church dell’Illinois. Erano presenti anche tre altri pastori evangelici di rilievo a dimostrazione dell’importanza data dal presidente a questo insolito sviluppo politico. Su The New York Times del 19 luglio, Laurie Goodstein ha scritto un interessante articolo sulle possibilità insite in questo sviluppo.

Il fatto è che la maggior parte degli evangelici si oppone al presidente su quasi tutte le materie in discussione, schierandosi con il Partito Repubblicano. Tuttavia, come scrive Goodstein, questa alleanza tra evangelici e Repubblicani ha cominciato a incrinarsi proprio su questo tema. Goodstein cita Matthew D. Staver, fondatore e presidente del Liberty Council, uno studio legale religioso conservatore: “Personalmente sono d’accordo con il presidente Obama su ben poche cose. Dall’altra parte, però, non lascerò che i miei valori vengano sottomessi alla retorica della politica o all’affiliazione partitica, e se su questo punto ha ragione lui, io lo appoggerò”.

Cosa c’è dietro questi sviluppi? Goodstein parla del “lavoro dei pastori evangelici ispanici attivi in politica, che in anni recenti hanno instaurato rapporti con pastori non ispanici nella comune lotta di opposizione all’aborto e al matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Questi pastori ispanici stanno cercando pesantemente di convincere questi altri leader evangelici della priorità della riforma sull’immigrazione come problema morale.

A quanto pare, un numero crescente di esponenti evangelici si sta convincendo che gli ispanici sono la chiave non solo della crescita del movimento evangelico, ma anche della riforma della società americana secondo il loro sistema di valori. Per il Rev. Richard D. Lang, presidente della Commissione per l’etica e la libertà religiosa, il braccio politico della Southern Baptist Convention, “gli ispanici sono religiosi, orientati alla famiglia, pro-life, con spirito imprenditoriale… naturalmente conservatori, a meno che vengano distolti da questi valori”.

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Alcuni esponenti evangelici non ispanici hanno messo in guardia Lang dal dividere l’esistente coalizione conservatrice, ma lui ha risposto che “potrebbe essere rotta la vecchia coalizione conservatrice, ma non la nuova. E se questa nuova coalizione diverrà una coalizione di governo, avrà al suo interno molti ispanici, che non potranno però essere coinvolti con una retorica anti immigrazione e anti ispanica”.

 

Le parole del Rev. Lang mostrano come il dibattito all’interno dei conservatori evangelici non si esaurisca nella ricerca di una politica dell’immigrazione conforme alla loro visione della fede cristiana (si veda il dibattito in corso sul significato nei testi biblici del trattamento degli “stranieri” o su quello di “amnistia”), ma coinvolga anche strategie politiche.

 

Ecco i numeri: negli Stati Uniti vi sono attualmente circa 12 milioni di immigrati illegali, di cui la maggior parte è costituita da ispanici. Circa il 70% di questi si qualificano come cattolici e il 15% come evangelici, molto più orientati verso il Partito Repubblicano che non i cattolici.

 

Per gli evangelici unirsi alla coalizione per la riforma dell’immigrazione secondo le linee illustrate dal presidente significa navigare in acque turbolente. Questa coalizione raggruppa cattolici, protestanti, ebrei, musulmani e laici. Gli evangelici che parlano di “America cristiana” o di “valori giudaico-cristiani” non si troveranno in una compagnia molto comprensiva. In effetti, per una parte dei sostenitori della riforma la questione è legata ad altri valori, che gli evangelici non possono che contrastare.

 

Per esempio, sono tutti d’accordo che le politiche dell’immigrazione debbano rispettare il diritto delle famiglie a rimanere unite, ma cosa costituisce una famiglia? J. Kenneth Blackwell, candidato repubblicano a governatore dell’Ohio nel 2006 e ora membro del Family Research Council, riconosce che “l’intero sforzo potrebbe essere vanificato se la legge definitiva dovesse estendere i programmi di riunificazione familiare alle coppie dello stesso sesso. Questo farebbe saltare ogni accordo”.

 

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L’articolo della Goodstein non parla di come la Chiesa cattolica navighi queste agitate acque ecumeniche, ma i numeri da soli mostrano quanto sia importante educare i cattolici ispanici a scoprire le ragionevoli implicazioni della loro fede e a proporle coerentemente a tutti. I vescovi americani lo hanno fatto in materia di aborto e matrimonio, ma è chiara la necessità di un nuovo sforzo secondo le linee suggerite da David Schindler sulla rivista teologica Communio (sull’argomento mi soffermerò in un’altra occasione).

 

Uno sviluppo promettente per la Chiesa cattolica in America è la nomina di un ispanico ad arcivescovo di Los Angeles, la arcidiocesi ispanica negli Usa. L’arcivescovo Gomez ha certamente trovato un compito tagliato su di lui.

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