C’è guerra e guerra

- Roberto Fontolan

Le guerre aperte contemporanee sembrano caratterizzate dalla grande difficoltà dei forti di aver ragione dei deboli

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È stato fatto un calcolo sulle guerre, in gran parte “asimmetriche”, combattute nel XIX e XX secolo: pare siano circa duecento e un analista di Harvard ha scoperto che non solo nel 30% dei casi il belligerante debole sconfigge quello forte, ma che negli ultimi cinquanta anni considerati, dal 1950 al 1998, ciò è accaduto nel 55% dei conflitti.

 

E cioè il Vietnam americano o l’Afghanistan sovietico come simboli della guerra moderna, quella dove non ci sono più i grandi eserciti nazionali che si sfidano a terra nel cielo e sul mare (con l’eccezione del ciclico scontro Israele-Paesi arabi), ma per lo più milizie informali, gruppi guerriglieri ramificati e diffusi in un determinato territorio, in grado di sfiancare e tramortire un nemico pur largamente superiore in fatto di mezzi e organizzazione (è il concetto di asimmetria).

Le guerre aperte contemporanee sembrano caratterizzate dalla grande difficoltà dei forti di aver ragione dei deboli. Va detto però che non ci sono solo le guerre aperte e che conflitti nascosti vengono vinti dai grandi grazie proprio alla superiorità dei mezzi di intelligence e di spionaggio. Ma non è questo il caso dell’Afghanistan (e dell’Iraq), dove lo scontro è aperto e totale, e dove è piuttosto chiaro da che parte pendano la bilancia della forza come quella della giustizia.

Per questo il timore è che la scoperta dello studioso americano trovi nel prossimo futuro una nuova conferma proprio qui, nella guerra asimmetrica combattuta nell’aspro e ingovernabile Paese, guerra che ormai è anche la più lunga degli ultimi decenni.

È fallita o no? È ora di lasciare che se la vedano Karzai e i talebani o Nato e americani devono continuare convinti che prima o poi la vittoria arriverà? In Italia si apre la discussione ogni volta che muoiono nostri soldati, dura un paio di giorni e un paio di articoli e poi più nulla, fino al prossimo lutto. Non ci pensiamo, non vogliamo pensarci come un paese in guerra: si dice che i nostri militari sono là per loro scelta, che sanno il pericolo che corrono, che sono professionisti.

Come se ciò potesse attenuare il contraccolpo dell’esplosione che ne ha portato via le vite, come se potessimo considerare quello che fanno migliaia di soldati italiani in Afghanistan, nei Balcani o in Libano come estraneo alla vita nazionale quotidiana, alle scelte politiche, ai giudizi di valore.

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Ci si convince che stanno là per lavorare, una specie di fuga di cervelli, anche se obbiettivamente si tratta di un lavoro un po’ pericoloso: così la mentalità pubblica si vuole rassicurare, tenere la morte, la lotta, il dolore lontani dal proprio pensiero. Non essendo aggiornata sulle guerre asimmetriche, che sono “le” guerre di oggi, altrettanto reali di quelle di ieri, non crede che l’Afghanistan sia “la” nostra guerra contemporanea.

 

Del resto la nostra politica e il nostro giornalismo, fattori decisivi nella formazione dell’opinione pubblica, non se ne occupano. Mentre invece per affrontarla, per non lasciare i nostri soldati abbandonati a una “scelta professionale”, per poterne sostenere le ragioni e i valori profondi, per capire cosa significherebbe per il mondo intero e per il suo futuro la vittoria dei talebani, c’è bisogno di grande politica e di buon giornalismo.

 

Ci vogliono parole e prospettive, un disegno di nazione, una proposta di bene, una cura delle responsabilità verso il nostro mondo (come si era intuito nel momento della strage di Nassiriya). Difficile esserne all’altezza nell’epoca della guerra Berlusconi-Fini.

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