Ecumenismo reale

L’incontro del Meeting di ieri che ha visto protagonisti il cardinal Peter Erdö e il metropolita Filaret è stato segnato da un fatto: un semplice abbraccio che molto ha voluto dire sulla strada del dialogo interreligioso

24.08.2010 - Giovanna Parravicini
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L’incontro proposto dal Meeting sulla provocatoria frase di Dostoevskij, «Un uomo colto, un europeo del nostro tempo può credere, credere proprio alla divinità del Figlio di Dio Gesù Cristo?» è andato molto al di là di ciò che avrebbe potuto essere, un’interessante manifestazione culturale, uno stimolante confronto fra due diverse tradizioni cristiane.

Si è trattato invece di un avvenimento sconvolgente, perché al di là delle ricche intuizioni e riflessioni esposte dai due protagonisti dell’incontro, il metropolita Filaret, Esarca patriarcale della Bielorussia e il cardinal Peter Erdö, primate d’Ungheria e presidente della Conferenza delle Chiese Europee, ha posto con chiarezza abbagliante davanti agli occhi di migliaia di persone il fatto inaudito, miracoloso, dell’unità che in Cristo già esiste.

Un’unità che non teme le fragilità umane, il travaglio di incertezze e dubbi che accompagnano noi, l’«intellettuale moderno» così finemente descritto dal cardinal Erdö, che non si ferma neppure davanti alla possessione diabolica di cui talvolta l’umanità odierna sembra essere preda, secondo l’immagine della parabola evangelica scelta dal metropolita Filaret per illustrare la condizione dell’odierna coscienza europea.

«“Ogni cosa è possibile per chi crede”, e “Credo, Signore! Vieni in aiuto alla mia incredulità”: questo appello di Dio all’uomo e questa risposta dell’uomo a Dio rappresentano il modello universale di rapporto con Dio», ha detto il metropolita Filaret. È un incontro commosso e colmo di stupore tra l’uomo e Dio, perché, come ha sottolineato ancora il cardinal Erdö, «la cosa più inimmaginabile per la nostra fantasia umana è che Dio si sia fatto carne, si sia reso incontrabile dall’uomo prendendo la forma di uomo, affinché noi potessimo incontrarlo nel modo più adatto alle stesse capacità dell’essere umano».

 

Accompagnando nella giornata di ieri con i due protagonisti dell’incontro, Filaret ed Erdö, due uomini che fino a poche ore prima non si conoscevano e che potevano essere molto distanti tra loro per storia, formazione, mentalità, li ho visti gradualmente cambiare nell’atteggiamento l’uno verso l’altro, trasformarsi da alti rappresentanti di due Chiese con una storia travagliata di rapporti ecumenici alle spalle, in due uomini profondamente uniti, amici, semplicemente perché appassionati di Cristo e del proprio compito missionario.

 

Percorrendo l’immenso salone dove oltre diecimila persone li stavano accogliendo festosamente, commossi, in piedi, ad un tratto il metropolita si è volto al cardinale dicendogli: «Se mi chiederanno che cos’è l’unità, d’ora in poi risponderò: Andate a Rimini, al Meeting, e la vedrete!». E il cardinale ha lasciato, ad un certo punto, il testo scritto che stava leggendo per citare a braccio un Padre della Chiesa orientale caro agli ortodossi, san Gregorio di Nazianzo.

 

Non è questione di «cortesia ecumenica», ma del fatto che questo incontro tra l’uomo e Dio, vibrante nelle parole e nell’accento di questi due «grandi maestri di fede», come li ha descritti in chiusura Roberto Fontolan, diventa per ciascuno l’incontro di un’umanità nuova. È successo qualcosa, è passato Qualcuno fra noi nel tardo pomeriggio di un giorno di fine agosto alla Fiera di Rimini. Per molti di noi resterà un’ora che non si dimentica.

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