Egitto, la tradizione degli Assassini

- Roberto Fontolan

Da un millennio nell’Islam, spiega ROBERTO FONTOLAN, si coltiva la dottrina dell’uccisione del nemico per ragioni religiose. Un’eresia difficilmente arginabile, essendo l’Islam privo di un’unica autorità

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“Loro vendono se stessi, sono assetati di sangue umano… Come il diavolo si travestono da angeli della luce e imitano i gesti, gli abiti, il linguaggio, i costumi, gli atti delle varie nazioni e dei popoli”. Così scriveva il prete tedesco Brocardo nel XIV secolo in una relazione destinata al re Filippo VI che progettava una nuova crociata. Parlava degli Assassini, una misteriosa setta nata dagli Ismailiti, a loro volta variante degli Sciiti. La storia di questa specie di milizia tribale islamica votata alla morte (dei propri membri come dei nemici) è stata ricostruita dal grande storico Bernard Lewis in un libro che apparve oltre venti anni fa, ben prima della crisi di questi anni Duemila, tra lo stupore di molti.

Studiare questa storia, diceva Lewis, “potrebbe essere utile per mostrare come alcuni gruppi diano una interpretazione radicale ed estremista della tradizionale associazione islamica tra religione e politica, tentando di utilizzarla per il raggiungimento dei propri scopi”. Una delle prime descrizioni degli Assassini (l’origine del nome non è chiara ma grazie alle loro gesta è entrato nel linguaggio come sinonimo di omicida) è in questa cronaca medievale: “A questi giovani, dalla prima infanzia sino alla maturità, i maestri insegnano che devono obbedire a tutti i desideri e a tutti gli ordini del Signore della loro terra e che se lo faranno, lui, che comanda sopra tutti gli dèi esistenti, donerà loro le gioie del paradiso”. E ancora, in un altro resoconto dell’epoca: “I più benedetti sono coloro che versano il sangue di altri uomini per poi venire uccisi da chi vendica le loro vittime”.

La storia degli Assassini , che non erano un semplice gruppo scelto di killer ma un piccolo popolo (in alcuni racconti si parla di villaggi e terre e castelli e di circa sessantamila persone), mostra che da almeno un millennio in alcune aree dell’Islam viene coltivata la dottrina dell’uccisione del nemico per ragioni religiose. Certo si tratta di una “eresia”, per quanto nell’Islam privo di un’unica autorità sia piuttosto arduo definire l’eresia, e va anche detto che non esiste religione che non abbia allevato violenze omicidi e guerre.

Però il fatto che nell’Islam di oggi venga praticata questa stessa dottrina, che Al Qaeda non sia in fondo che la nuova veste della stessa “etnia”, che questa etnia non si sia mai estinta e che possa nutrirsi di sentimenti e pulsioni circolanti nel mondo musulmano senza incontrare troppa resistenza; ebbene è proprio questo il motivo dell’allarme e dell’indignazione. I bersagli delle numerose varianti storico-confessionali degli Assassini sono stati i più diversi: nei secoli passati principi crociati ed emiri musulmani (i terroristi puntano sempre al nemico interno), nel Novecento leader arabi di ogni genere (tra tutti l’egiziano Anwar el Sadat), alla fine del secolo soldati e diplomatici occidentali (a cominciare dai camion bomba scagliati contro marines americani e parà francesi nella Beirut degli anni ’80, antesignani delle autobomba che hanno devastato le città libanesi e dei kamikaze che hanno seminato il terrore in Israele tra il 2000 e il 2005), in questi ultimi tempi i cristiani, i semplici fedeli cristiani.

Al Qaeda aveva annunciato qualche settimana fa che nuova fase del jihad avrebbe colpito proprio loro. Che ciò possa accadere in Egitto e non nell’Irak che ci ha abituato ad ogni orrore, è tremendamente preoccupante ma non può essere sorprendente. Quel Paese vibra paurosamente da tanto tempo e non esiste alcun governante sensato al mondo che non guardi al Cairo con timore e tremore pensando alla successione di Mubarak. La reazione del padre-presidente all’attentato di Alessandria è politicamente comprensibile, anche se enormemente riduttiva: ha parlato di “mani straniere” e di “minaccia all’unità nazionale”; di altre reazioni poco chiare, e che oltretutto potrebbero essere state forzate da traduzioni improprie e riporti giornalistici non accurati, non vale la pena di parlare. La posizione di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è sempre stata limpida. Sostenere che il papa non si è occupato dei musulmani colpiti in Irak sarebbe falso e fuori luogo.

Non solo perché la Chiesa si è espressamente opposta alla prima e alla seconda guerra irakena, ma anche perché se in Irak i musulmani vengono uccisi in quanto musulmani ciò accade soprattutto per mano di altri musulmani. E ciò lo si deve proprio alla tradizione degli Assassini: datemi un nemico, lo ucciderò, morirò e andrò in paradiso.

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