Jason Bourne e la crisi

- Pierluigi Colognesi

Di questi tempi si continua a parlare della crisi. PIGI COLOGNESI prova a spiegare quale atteggiamento può fare la differenza nell’affrontare un momento critico

Jason_BourneR400
Matt Damon nei panni di Jason Bourne

La parola forse più ricorrente di questi tempi è “crisi”. L’etimologia è chiara: questo sostantivo deriva dal verbo greco indicante una decisione che separa, la scelta davanti a un bivio. Crisi è quindi la piega che prende una faccenda, ad esempio quel momento della malattia da cui si diparte la strada della guarigione oppure quella del peggioramento e, a volte, della morte. Siamo di fronte a una crisi; ma non voglio aggiungere un’ulteriore analisi alle molte che sentiamo, tantomeno impancarmi a oracolo che pretende di sapere con sicurezza quale sia la via della guarigione. Vorrei, molto più semplicemente, individuare un atteggiamento che, nel momento “critico”, può fare la differenza. Non appaia superficiale se prendo spunto da un film che non si può certo considerare “impegnato”; è solo per spiegarmi.

Jason Bourne, l’agente speciale della Cia protagonista della trilogia cinematografica interpretata da Matt Damon, si trova di fronte a una crisi. Ha rischiato di morire e ora soffre di amnesia: non ricorda più chi sia, cos’abbia fatto nel passato e neppure da dove gli provengano le incredibili capacità di combattente che si trova ad avere. Nello svolgimento dell’azione noi spettatori e lo stesso protagonista veniamo a sapere che Jason è stato un freddo assassino al servizio di un dipartimento speciale della Cia, che risolveva sbrigativamente veri o presunti problemi di sicurezza nazionale eliminando fisicamente personaggi scomodi.

Jason era il migliore del gruppo, efficace e spietato, ma ha fallito l’ultima missione e ora è una minaccia per i suoi stessi capi. Ma come mai l’implacabile assassino ha sbagliato e non è riuscito ad ammazzare quel pericoloso, crudele e antipatico politico africano, bersaglio della sua ultima missione? Perché nel momento critico, quando stava per eliminare il nemico addormentato nel suo letto, si è accorto che con lui c’erano i suoi bambini.

Qualcosa si è fermato un attimo nel suo cervello programmato per uccidere; Bourne si è chiesto perché dovesse fare quello che gli hanno ordinato e, soprattutto, si è reso conto che poteva fare diversamente da come aveva pur sempre fatto. Eccola la disposizione decisiva per ogni momento di crisi: posso cambiare, gli atteggiamenti che ho sempre avuto possono essere mutati, quello che è sempre andato così può, invece, andare cosà. È l’apertura a una diversità, intravista e accettata liberamente. È facile applicare questa logica al necessario cambiamento di stili di vita e di lavoro che la crisi economica potrebbe richiederci.

Ma c’è un altro elemento interessante nella storia di Bourne. Nel finale della saga veniamo a sapere che la decisione che ha fatto di lui un assassino egli l’aveva presa consapevolmente e deliberatamente, non è colpa di qualcun altro. Ed è proprio qui l’interessante: la disponibilità al cambiamento non è un puro adeguarsi al mutamento delle circostanze, sono proprio io che ho la possibilità di cambiare strada, di giudicare erroneo o inadeguato qualcosa che fino a un minuto fa mi sembrava giusto, di lasciare un percorso che ho scoperto sterile per imboccarne uno nuovo, di ricominciare. Anche se costa, anche se è scomodo, anche se non avrei mai pensato di poterlo fare.

Come capita al killer inviato a uccidere Bourne; finora nessuno ce l’aveva fatta e anche questo era stato sconfitto da Jason, che però non gli aveva sparato il colpo di grazia. Il killer lo raggiunge e stavolta è lui che vince, può ammazzare Jason. Ma prima gli chiede perché, potendolo, Jason non abbia ammazzato lui. Bourne gli risponde con un invito: Chiediti il perché ti fanno uccidere. Anche per il killer arriva il momento critico. Può fare diversamente? Sappiamo come è andata a finire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti