Lezioni nordafricane

Quello che sta succedendo sull’altra sponda del Mediterraneo ci sta interrogando e potrebbe anche insegnarci qualcosa

28.02.2011 - Pierluigi Colognesi
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Foto Ansa

Certamente tutti noi abbiamo avuto modo di discutere di quello che sta succedendo sull’altra sponda del Mediterraneo. A cena, in famiglia o tra amici, davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi abbiamo cercato di capire, di formulare un parere, di esprimere una preoccupazione.

Ho notato che questa discussione arrivava in fretta al silenzio; non si sapeva più cosa dire. La ragione più immediata è che si tratta di avvenimenti che capitano a popoli di cui in fondo sappiamo poco o niente del tutto. E quanto vediamo alla tivù o via Internet oppure leggiamo sui giornali non ci aiuta più di tanto; c’è l’immediatezza del fatto eclatante che cattura per un poco l’attenzione, ma i termini reali di quello che succede ci sfuggono.

Così non se ne parla nemmeno più. Com’è la situazione, ad esempio, in Algeria o Tunisia, i primi paesi in cui è scoppiata la crisi? E in Egitto, dopo le oceaniche manifestazioni e la fine del regime di Mubarak, come stanno andando le cose?

È normale che sia così; siamo di fronte a sommovimenti molto complessi, nella cui evoluzione entrano in gioco un’enorme quantità di fattori – storici, politici, culturali, economici, religiosi – che costituiscono una matassa difficile da sbrogliare.

C’è poi l’elemento sorpresa. Ancora una volta il corso della storia ha preso una direzione che nessuno aveva immaginato e di fronte alla quale si sono trovate spaesate le diplomazie internazionali; figuriamoci il semplice cittadino. È facile a questo punto reagire con una semplice alzata di spalle oppure preoccuparsi solo della conservazione dei propri interessi, che in questo caso sarebbero minacciati se, come sembra probabile, una delle conseguenze di quello che sta succedendo sarà l’impennata dell’ondata migratoria nel nostro Paese.

Forse, però, qualche insegnamento di più ampio respiro lo si può tratte comunque. Non si tratta di diventare esperti di politica mediorientale o di cultura nordafricana, ma semplicemente di non fare gli struzzi quando gli avvenimenti ci sbattono in faccia qualcosa di imponente. E basterebbero le centinaia o forse migliaia di morti a convincerci che l’attuale crisi di parte del mondo arabo è uno di questi casi.

 

Il primo insegnamento è che la storia – dei popoli, ma anche quella personale – non procede mai solo sui binari del prevedibile. L’inatteso è sempre dietro l’angolo. Non è una minaccia oscura, da cui conseguirebbe un’ansia continua rispetto al futuro. È la realistica constatazione che del futuro non siamo padroni. E se è sacrosanto programmare e prevedere, è ancora più saggio conquistare una posizione così salda per cui l’imprevisto non scuota definitivamente le nostre fondamenta. Il che può accadere solamente se l’imprevisto è tale dal nostro punto di vista, ma non da quello di Chi ha in mano il corso della storia.

 

Il secondo insegnamento mi è parso evidente pensando a quale grande desiderio – di pane, di libertà, di cambiamento – ha mobilitato tutta quella gente che è scesa in piazza. Non mi illudo che sia un desiderio completamente limpido, privo di scorie, non strumentalizzabile; ma certo ha qualcosa di potente, se rischiano la pelle per affermarlo. Il recente rapporto del Censis ha detto che, invece, ciò che ci manca in Italia è esattamente il desiderio.

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