Il rigore sbagliato

- Paolo Preti

Nelle università italiane sta prepotentemente prendendo piede la tendenza a perseguire il rigore scientifico a discapito del contenuto didattico

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Foto Imagoeconomica

Di ritorno da Davos, Corrado Passera rilascia un’ampia intervista a Il Corriere della Sera e, tra l’altro, afferma: “Per essere un sistema innovativo è necessario avere infrastrutture moderne, regole adeguate […], strumentazione finanziaria coerente e, soprattutto, capitale umano e quindi education, istruzione, formazione. […]. C’è bisogno di più dottorati di ricerca di livello elevato, ma anche di Istituti tecnici superiori e di buone Scuole professionali. In tutto il mondo emerge chiaramente che ciò che la scuola – dall’asilo all’università – deve dare è sempre più diverso da quanto le si chiedeva in passato. […] Da questo punto di vista è fondamentale che ragazzi e ragazze vengano messi in condizione di conoscere quali sono i mille nuovi mestieri e professioni: oggi non è così e le decisioni sui percorsi di studio sono spesso orientate al passato invece che al futuro”.

Come non essere d’accordo guardando a tante scuole e università chiuse su sé stesse e più o meno impermeabili al mondo circostante e alle sue evoluzioni. Qui, però, si vuole segnalare un’altra tendenza, che sta prepotentemente prendendo piede in alcune università tra le migliori, segnatamente nelle facoltà di Economia, e altrettanto pericolosa, almeno per chi scrive.

La si potrebbe così sintetizzare: la prevalenza del metodo sul contenuto. Non è importante quello che si studia, ma come lo si studia; è più significativo il modo con cui si arriva a delle conclusioni che la spendibilità delle stesse conclusioni. È il tema della rilevanza e del rigore, della concretezza di ciò che si studia e degli esiti di tale studio rispetto al rigore scientifico perseguito.

Quando a prevalere è il secondo, statistica e matematica la fanno da padrone anche per trattare semplici argomenti di economia domestica. A favorire questa prepotente penetrazione è l’apertura acritica e incondizionata delle nostre migliori università all’internazionalizzazione, cosa di per sé positiva oltre che necessaria.

Va subito precisato: che un’elite di ricercatori in ciascuna università, i nostri potenziali premi nobel, dedichino il proprio talento, adeguatamente incentivati, a fare ricerca di base è strategico e di fondamentale importanza per la singola istituzione di appartenenza e per il Paese intero, ma che tutti i docenti di un ateneo subiscano lo stesso percorso di selezione del genio ricercatore è dannoso all’istituzione e al Paese.

Che cosa mai andrà a insegnare quel corpo docente così selezionato e formato a ragazzi che per il 90% si sono iscritti a quell’università nella speranza di trovare più facilmente lavoro una volta laureato ed essere così utile anche al Paese? È facile immaginarlo: teorie e metodo astratto, per giunta senza avere nemmeno sviluppato sensibilità all’insegnamento e validi strumenti didattici.

 

E che utilità potrà avere quell’università per lo sviluppo economico italiano quando i docenti, comprensibilmente interessati alla propria carriera, avranno trascorso l’intera vita professionale a studiare temi dettati dall’agenda internazionale più che dalle necessità locali che, sia pure in un’economia fortemente globalizzata come l’attuale, continuano a essere presenti?

 

E non si risponda che negli Stati Uniti così si fa perché, appunto, di quella nazione si tratta non della nostra con tutte le differenze del caso, tanto evidenti da essere pleonastica la loro elencazione. Sarebbe come pensare che un buon maratoneta, con adeguato impegno e allenamento possa contendere il successo al primatista dei cento metri. Così facendo, abbandonerebbe per sempre la propria specialità, dove con opportuna rifinitura potrebbe anche primeggiare, consegnandosi a un destino di eterno comprimario di quinta fila.

 

Dunque, tornando all’inizio, si può venir meno al proprio compito di educatori, formatori, istruttori restando ancorati a un passato che non esiste più, ma anche offrendosi in termini acritici, sia pure in ottima fede, a un futuro che non ci appartiene.

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