Matisse, Icaro e la nuvola

- Pierluigi Colognesi

Tra le opere del pittore francese Matisse, in esposizione a Brescia, ce ne sono due particolari: Icaro e Destino. Esse sembrano anche trovare una connessione

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L'opera di Matisse"Ritratto di Margherita addormentata" (Foto Ansa)

L’ultima sala della bella mostra bresciana dedicata a Matisse raccoglie le illustrazioni che l’artista francese ha preparato per un libro intitolato Jazz. Ci si trova in un mondo debordante di colore – netto, senza sfumature, si potrebbe dire definitivo – e di forme – asimmetriche, danzanti, in un equilibrio di cui non è manifesta l’origine, ma è chiarissima la presenza.

Vado subito a cercare il celebre Icaro, quell’apparentemente sgraziata e in realtà equilibratissima sagoma di cartone nero che vola, tra stelle dalle imprevedibili punte, in un cielo che più blu non si potrebbe. Una sagoma nera in cui troneggia, tenero e potente, il cuore rosso.

Poi passo a osservare le altre opere. Hanno quasi tutte titoli giocosi, da circo. Mi sorprende quella che, invece, si chiama Destino. È, come molte altre, divisa in due parti. A sinistra, su un delicato sfondo rosa, una specie di lama, anch’essa rosa ma più cupo, si inscrive in un quadrato nerissimo. A destra ci sono riquadri concentrici, che costituiscono una specie di prospettiva: prima un tenero verdino, poi un rosa ancora più intenso di quello a sinistra, quindi uno squillante giallo che sembra lo stipite di una finestra. E, infatti, il riquadro più interno è un cielo azzurro, in cui naviga, come Icaro nel suo, una nuvoletta candida: il punto d’arrivo dell’itinerario al destino che il cuore rosso desidera.

Il destino deve per forza fare i conti con la storia. Una storia che è sempre tortuosa e anche un po’ complicata. Mi è stato evidente visitando il complesso di Santa Giulia in cui la mostra di Matisse è ospitata. Anzitutto l’altra, preziosa, mostra dedicata a Ercole, il leggendario fondatore di Brescia; i preziosi oggetti che la compongono mettono in connessione uno dei più fecondi miti dell’antichità con la storia concreta di una città, come a dire che anche gli agglomerati umani hanno un destino e un destino così nobile che se ne può far risalire l’origine alle vicende di un semidio.

 

Poi visitiamo il monastero di Santa Giulia, fondato nell’ottavo secolo dall’ultimo re longobardo, Desiderio. È immenso. Vi abitavano ottocento monache in un dedalo di chiostri, corridoi stanze e chiese. In una di queste ci sono alcuni dei tesori di cui Desiderio aveva dotato il monastero.

 

È impressionante la grande croce – detta appunto “di Desiderio” – che è anch’essa nel segno della continuità della storia. Su una semplice base di legno dorato, gli orafi hanno infatti incastonato tutte le pietre, gli smalti, gli ori più belli che avevano potuto trovare. In un locale a fianco c’è poi un superbo scrigno in avorio con scene della vita e della passione di Cristo, raffigurato con le fattezze del giovane filosofo imberbe. Ancora una volta una storia, un destino; il destino che ha cambiato il corso della storia.

Attraversate le stanze del museo, si scende nelle fondamenta del monastero, dove sono stati riportati alla luce resti di ricche case romane, con brandelli di affreschi e mosaici geometrici con inserzioni colorate. Il respiro della storia si fa sempre più ampio. Si capisce bene che un unico inesauribile motore ha animato generazioni di uomini – romani, medievali, rinascimentali, moderni – a costruirsi la casa bella, la chiesa ricca, il manufatto prezioso, il quadro elegante.

 

Un motore che gli inevitabili rovesci della storia – in una chiesa del monastero è sepolta Ermengarda, la figlia di Desiderio ripudiata da Carlo Magno, segno del fallimento politico del re longobardo – non possono fermare. Un motore che ha permesso a Matisse di essere fecondo fino alla tarda vecchiaia. Fino al cuore rosso di Icaro e alla nuvoletta candida di Destino.

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