Un calcio all’Europa

- Mario Mauro

Una causa in corso in Inghilterra rischia di avere un effetto deflagrante sull’intero sistema di gestione dei diritti televisivi a livello comunitario

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Rischia di avere un effetto deflagrante sull’intero sistema di gestione dei diritti televisivi a livello comunitario la causa che vede la Premier League inglese opposta al gestore di un pub inglese, Karen Murphy.

La colpa di cui si è macchiata la donna è quella di aver trasmesso una partita del campionato di calcio inglese utilizzando un decoder e una tessera comprati in Grecia. La Media Protection Services Ltd. ha promosso un procedimento nei suoi confronti ottenendo, in due gradi di giudizio, l’irrogazione di una sanzione pecuniaria: tale scheda costituisce un dispositivo illecito ai sensi delle norme di trasposizione della direttiva 98/84/CE.

La Signora Murphy ha quindi presentato ricorso alla Corte di Giustizia europea. In attesa della sentenza, fa discutere non poco l’opinione dell’avvocato Generale della Corte, Juliane Kokott. Quello che ha fatto sobbalzare tutti gli addetti ai lavori del calcio europeo è stata la considerazione per cui il sistema della compartimentazione territoriale dei diritti televisivi violerebbe le principali norme di mercato interno Ue.

L’utilizzo di strumentazione greca sarebbe in fondo positiva per la libera concorrenza all’interno dell’Unione. Sebbene questa considerazione non sia del tutto priva di fondamento, non possiamo non ammettere come il sistema attuale consenta agli operatori di minori dimensioni e operanti in paesi più piccoli di non essere sovrastati dagli operatori con un più forte posizionamento competitivo.

 

In altre parole, oggi in ciascun Paese i cittadini usufruiscono di un’offerta televisiva molto ampia, comprendente anche i campionati stranieri, proprio perché i diritti su questi ultimi costano molto meno. L’eventuale stravolgimento di questa prassi, con un’applicazione ferrea dell’articolo 81 CE, equiparerebbe i costi delle partite in tutti i paesi. Questo difficilmente porterebbe dei benefici in termini di ricavi per le televisioni e le federazioni e di conseguenza ridurrebbe drasticamente l’offerta televisiva in tutto il territorio europeo.

Favorire la territorialità non è quindi solo un modo per far guadagnare di più agli operatori, ma permette soprattutto di offrire contenuti in modo più efficiente in funzione della domanda. Sembra potersi osservare, dunque, come la possibilità di concentrare gli sforzi commerciali in linea con il radicamento territoriale abbia consentito di porre le basi per un mercato audiovisivo europeo vario e pluralista.

 

Chi pronuncerà la sentenza non potrà fare a meno di considerare tutti questi fattori, ma non potrà nemmeno fare finta che il settore dello sport in Europa sia privo di distorsioni e discriminazioni. Se si invocano la concorrenza e il mercato unico lo si faccia a 360 gradi, partendo dalla gestione dei vivai, che insieme a tutti i campionati dilettantistici sarebbero notevolmente penalizzati in quanto costituiscono la componente più fragile e meno tutelata. Si provveda poi a mettere in atto una comune tassazione degli stipendi dei calciatori e si crei finalmente una legge europea per la gestione degli stadi da parte delle società.

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