Barabba e le elezioni

- Pierluigi Colognesi

Il 23 maggio di 120 anni fa nasceva il poeta e romanziere svedese Pär Lagerkvist, autore di “Barabba”, di cui ci parla PIGI COLOGNESI in questa sua riflessione

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Il 23 maggio di 120 anni fa nasceva il poeta e romanziere svedese Pär Lagerkvist. È diventato celebre, fino a ricevere il premio Nobel nel 1951, per il romanzo Barabbba. Introducendone la traduzione italiana, Giovanni Papini scriveva: «Barabba è l’uomo, l’uomo per eccellenza che ha salva la vita ad opera di Cristo e non sa perché».

Il brigante liberato al posto di Gesù è cioè l’emblema del mondo moderno, che deve gli aspetti migliori della sua cultura, i valori fondanti della propria esistenza e convivenza e la sua stessa vita a un certo uomo storico, in cui però non crede. Barabba non riesce a credere perché non può sopportare che per guadagnare la vita si debba passare dal sacrificio delle proprie idee.

A un certo punto della storia, Barabba si trova compagno di uno schiavo frigio, come lui condannato ai lavori in miniera; è invidioso della sua libertà e quando lo schiavo gli annuncia che l’origine di quella sua libertà interiore è la fede in Cristo, Barabba accetta anche lui di diventare cristiano, ma nel senso di appropriarsi di qualcosa, non di dipenderne. E così la libertà sognata non è raggiunta.

La fede cristiana non è qualcosa di cui ci si possa appropriare. La modernità si è illusa che almeno si potesse far tesoro dei valori, delle bellezze, degli ideali del cristianesimo pur senza accoglierne l’origine perennemente viva. Come se Gesù avesse lasciato un ingente patrimonio – l’immagine è di Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret – a cui si può attingere a piacimento e secondo vere o presunte necessità. Ma il patrimonio prima o poi si esaurisce; quel che resta in mano è un valore rinsecchito come quei fiori che si mettono nei libri: della vita passata hanno conservato una parvenza, ma nessun profumo reale, nessuna delicatezza al tatto. Sono valori morti e non si può mica star lì a contemplarli e rimpiangere.

La cosiddetta post-modernità ha deciso infatti di passare oltre: non mettiamoci neanche più a cercare nel baule di quel patrimonio ormai defunto, né tantomeno a sfogliare libri pieni di fiori secchi. Pensiamo ad altro: tecnica, velocità di comunicazione, godimento, divertimento, carpe diem o vivere alla giornata, difendersi attaccando o lasciarsi andare tanto non cambia niente.

È una deriva che investe molti ambiti dell’esistenza. Nell’ultima campagna elettorale – ancora in corso in alcune città – abbiamo visto di tutto: risse, accuse, voltafaccia, proclamazione di grandi ideali e solenni propositi. Ma pochi hanno potuto presentarsi in piazza o in un mercato dicendo che l’ideale è una cosa concretamente davanti agli occhi, è una persona fisica che può prendere nota di un numero di telefono e richiamare perché lo sconosciuto cui si è dato il volantino ha un problema e si vuole risolverlo insieme; cominciando da subito e non rimandando al cambiamento dell’assetto istituzionale e politico. E non dimentichiamo che molta sinistra centralisticamente pianificatrice, giustizialista o urlante è nemica di una politica fatta così.

Nella propria vita personale, poi, può succedere di dare un assenso ritenuto reale ai principi e ai valori cristiani e dopo scoprire che dietro di essi non è rimasta l’umanità viva che continuamente li rigenera e propone. Allora ci si sente come Barabba che vive perché quell’uomo gli ha donato la libertà ed è però irrimediabilmente lontano. Invece può ripresentarsi di nuovo. Magari con la faccia di un umile schiavo frigio o di un ragazzo che offre un volantino elettorale a un mercato.

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