L’abuso dei diritti umani

- Roberto Fontolan

Un’eccessiva e astratta insistenza sui “diritti umani” sembra aver causato un cortocircuito generale che ha iniziato a interrogare anche il settimanale britannico-globale Economist

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Foto: Imagoeconomica

Diritti umani. Quando si tirano in ballo i diritti umani ogni discussione si spegne. E anche analisi serene paiono impossibili. Chi vuole essere considerato un nemico dell’umanità? Qualcuno pensa che non sia il caso di difendere la salute delle donne o di proteggere i bambini? Fino ad ora solo alcuni avveduti studiosi hanno osato rompere la superficie della convinzione generale e generica per scandagliare il sottosuolo e scoprire infine verità sconosciute o occultate o semplicemente ignorate.

Ad esempio, in moltissimi programmi delle agenzie internazionali il concetto di salute delle donne “contiene” il controllo delle nascite che a sua volta prevede l’interruzione della gravidanza. Beninteso non si tratta solo di questo, poiché molte delle azioni previste sono serissime, ma anche di questo. I vari aspetti sono però intrecciati e dunque è quasi impossibile separare gli uni dagli altri, come ben sanno coloro che lavorano nei grandi organismi mondiali.

Qualcuno ha analizzato quello che implica il cambiamento del lessico: individuo ha sostituito persona, varie combinazioni (“insieme di affetti”) hanno preso il posto di famiglia, non si parla più di sesso ma di genere e così via. Non sono cambiamenti innocui. E tutti operati in nome dei diritti umani. Un principio multiuso, brandito per bombardare la Libia (non la Siria, però), protestare contro la persecuzione dei cristiani in Oriente, criticare l’Italia per la politica dei respingimenti dei clandestini (praticamente cancellata dagli effetti delle rivoluzioni nordafricane). Serve a tutto, sicuramente a troppo. Ora però anche un’autorevole tribuna internazionale, il settimanale britannico-globale Economist, diffonde un sospetto: non è che stiamo impazzendo per eccesso di diritti umani?

In loro nome in Francia vengono “ignorate” pratiche poligamiche e di mutilazione genitale presenti in certe comunità di immigrati. Dal punto di vista della persona sarebbero reati, ma dal punto di vista del gruppo e della sua cultura le idee sono meno chiare, e dunque anche la giustizia è più confusa. In Gran Bretagna si accetta che in alcuni ambiti della vita comunitaria islamica si giudichi secondo la sharia. E in Canada si è arrivati a un vero paradosso: i pescatori appartenenti alle tribù indiane native possono godere di una serie di privilegi che hanno portato i pescatori “individuali” bianchi a fare causa allo Stato non solo per concorrenza sleale, ma anche per normative “razziste”. Ormai creano più problemi che vantaggi anche le normative diffuse, soprattutto negli Stati Uniti, sotto il nome di Affirmative Action, nate per tutelare i neri e oggi diventate per molti uno strumento di privilegi, con i loro programmi di reclutamento mirato, quote e trattamenti preferenziali.

Per non parlare del caos prodotto in  Spagna dal corpus legislativo in campo “morale” imposto da Zapatero (e che ispira parti del programma dei candidati sindaci Pisapia e De Magistris). Il giornale guarda con preoccupazione al fenomeno di gruppi e comunità di ogni genere e di ogni scopo che assediano le corti di giustizia e i parlamenti di ogni Paese occidentale (e tutte le sedi di organismi mondiali) per chiedere, reclamare, ottenere e sempre agitando la bandiera dei diritti umani. Difficile districare la questione, perché certamente la libertà religiosa da assicurare ai cristiani in certi Paesi è parte integrante e fondamentale della nozione dei diritti umani. Ma per quel che riguarda i sistemi occidentali stiamo correndo il rischio di sgretolare il pilastro della nostra vita civile: l’uguaglianza del singolo davanti alla legge. Lobby, associazioni e congreghe esigono di essere “più uguali” del cittadino comune. E non devono nemmeno sforzarsi di argomentarlo, basta pronunciare le parole magiche.

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