Bin Laden e il perdono

- Lorenzo Albacete

Negli Stati Uniti ci sono state vere e proprie scene di festa e giubilo ad accompagnare la notizia della morte di Bin Laden. LORENZO ALBACETE commenta quanto accaduto

Festa_Casa_Bianca_Bin_Laden_MorteR400
I festeggiamenti davanti alla Casa Bianca per la morte di Osama Bin Laden (Foto Ansa)

Non vi è dubbio che in chi ha sofferto, su di sé o sui propri cari, le conseguenze degli attacchi terroristici del 2001, la notizia della morte di Bin Laden abbia suscitato un sentimento di “salute emotiva”. Come nella reazione di Lee Lelpi, un vigile del fuoco in pensione di New York City , il cui figlio, anch’egli vigile del fuoco, perse la vita nel crollo delle Torri Gemelle, che ha dichiarato al sito web Il Politico, “non ci sono parole; sto qui seduto a piangere. Temevo che questo giorno non arrivasse mai…ma la giustizia ha prevalso”.

Posso capire questa reazione pensando ai parenti degli ispanici, nella parrocchia in cui prestavo aiuto, morti nell’attentato terroristico. Ciò che mi disturba è un altro tipo di reazione. Non appena si è diffusa la notizia dell’esecuzione di Bin Laden, nella tarda serata di domenica, una folla osannante e sventolante bandiere si è ammassata davanti alla Casa Bianca. Questo raduno improvviso è sfociato in un’entusiastica espressione di gioia e orgoglio patriottico, che molti hanno paragonato al cordoglio che unì tutti gli americani l’11 settembre del 2001.

Un’altra massa di gente si è radunata per festeggiare a New York, attorno al venerato Ground Zero. A mano a mano, la stessa cosa si è verificata in tutta la nazione, specialmente vicino ai campus universitari, inclusa l’accademia militare di West Point. Come mi ha detto qualcuno: “Sembrava che si fosse vinto un derby di football”.

Michael Bloomberg, sindaco di New York, ha cercato di spiegare così queste reazioni: “L’uccisione di Osama Bin Laden non diminuisce la sofferenza che i newyorchesi e gli americani hanno provato per sua mano, ma è una vittoria molto importante per la nostra nazione. A New York abbiamo aspettato questa notizia per quasi dieci anni. La mia speranza è che porti conforto e un po’ di pace a tutti quelli che hanno perduto qualche persona cara l’11 settembre 2011”. Il problema di questa spiegazione è che i partecipanti a queste manifestazioni pubbliche erano universitari, che avevano 10 o 12 anni al momento degli attacchi terroristici e per i quali è difficile immaginare che avessero aspettato dieci anni.

Analoga la reazione di Condoleezza Rice, ex Segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, che ha definito la notizia “assolutamente eccitante”. “La fine di Osama Bin Laden è un’enorme vittoria per il popolo americano”, ha detto Rice, “Niente può far tornare le vittime di bin Laden, ma forse questo può essere un balsamo sulle ferite dei loro cari”.

Tuttavia, i funzionari che hanno operato durante i devastanti attacchi, soprattutto quelli di New York, hanno salutato la morte di Bin Laden come un trionfo, ma mai come un’equa contropartita delle vite perse in quei fatti. Altri, però, vedono l’uccisione di Bin Laden come un atto divino. Un pompiere ha detto: “Dio benedica il presidente Bush e Dio benedica il presidente Obama per questo. È un grande sollievo per le famiglie, quanto ne potevamo avere. È una cosa grande per noi”.

Fin verso il mattino, le auto nelle strade vicino alla Casa Bianca hanno segnalato a suon di clacson il loro giubilo, mentre i pedoni si radunavano agli angoli delle strade, come per seguire l’invito del presidente Obama: “Stanotte, ripensiamo al senso di unità che prevalse” al tempo degli attacchi terroristici. “Il risultato odierno è un testimonianza della grandezza del nostro Paese e della determinazione del popolo americano”.

Qualcuno ha intravisto la mano della divina Provvidenza nella data dell’esecuzione di Bin Laden. Il primo maggio, circa alla stessa ora del discorso di Obama alla nazione, la radio tedesca nel 1945 annunciava la morte di Hitler, e quasi lo stesso giorno J. Edgar Hoover veniva nominato come primo capo del Fbi. Quelli che avevano definito l’attacco terroristico un giudizio di Dio sull’immoralità americana non si sono invece ancora fatti vivi.

Eppure, vi è stata un’altra possibile manifestazione del giudizio divino questa settimana: la beatificazione di papa Giovanni Paolo II il 1° maggio, durante le celebrazioni della domenica della Divina Misericordia, festa stabilita dallo stesso Beato Giovanni Paolo II. Mi ricordo molto bene lo stupore degli americani davanti alla copertina del Time Magazine che mostrava il Papa mentre abbracciava colui che aveva tentato di assassinarlo.

La grande parola questa settimana è stata “sollievo”, in senso psicologico. Ora, finalmente, possiamo “sanare” i nostri cuori feriti. Ma è davvero possibile? Possiamo veramente essere soddisfatti dalla giustizia di un potere umano?

La giustizia che può portare una vera pace nei nostri cuori feriti si chiama perdono e deriva dalla fede in Cristo, come ci ha mostrato il Beato Giovanni Paolo II. Questa è la Divina Misericordia che Gesù stesso dimostrò all’uomo crocifisso di fianco a Lui, un criminale che in termini moderni chiameremmo un terrorista.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti