Italia, la forza di cambiare

- Giorgio Vittadini

Nei momenti di crisi la tentazione di riporre le proprie speranze in progetti salvifici è forte, ma la testimonianza più vera è quella dalla persona che opera. Ne parla GIORGIO VITTADINI

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Foto Imagoeconomica

“E l’esistenza diventa una immensa certezza” è il titolo della prossima edizione del Meeting di Rimini, presentata ieri a Roma all’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Un titolo che suona provocatorio, soprattutto ora, a metà giugno 2011, ma che vuole indicare la possibilità di certezza che pur si documenta nell’esperienza di uomini e donne del nostro tempo, così segnato dallo smarrimento e così bisognoso di ritrovare un punto fermo da cui ripartire. 

Nel quadro del ricchissimo programma del Meeting, l’incontro inaugurale, a cui parteciperà il presidente Giorgio Napolitano è intitolato “150 anni di sussidiarietà”, tema a cui è dedicata una mostra, che intende essere il racconto di una storia fatta di opere, iniziative e realtà sociali ed economiche, frutto dell’energia costruttiva, dell’inventiva, della sussidiarietà e della solidarietà che hanno costituito il DNA del nostro Paese. Punto sorgivo di tale ricchezza è una cultura fondata sulla convinzione, originata dal Cristianesimo, che ogni singolo uomo valga “più di tutto l’universo” e non sia riducibile ad alcuna organizzazione sociale e politica. Questa concezione di uomo ha dato vita a una grande civiltà, che precede il formarsi dello Stato unitario, ricca di diversità unificanti, alla quale hanno contribuito tutti gli italiani, in diversi modi, con il loro lavoro, le loro millenarie tradizioni, il loro impegno sociale e politico. E’ una storia fatta di una componente “sussidiaria” che ha contribuito alla costruzione di un popolo e di un grande Paese. 

In cosa consiste la forza di tale componente? In quella che possiamo sinteticamente chiamare “capacità di cambiamento”. Se guardiamo alla nostra storia, ci accorgiamo che l’Italia ha sempre avuto una attitudine, molto originale, a cambiare. La grande migrazione, determinata dalla malattia dell’ulivo e della vite che causò il crollo del sistema agricolo italiano, vide venti milioni di persone lasciare il Paese tra il 1880 e il 1920. A seguito della successiva industrializzazione, l’Italia reagì facendo nascere un fenomeno nuovo: i movimenti cattolico e operaio che, in virtù degli ideali che portavano, seppero rispondere ai bisogni concreti che le nuove situazioni di lavoro determinavano.

Si sviluppò così la capacità popolare di creare welfare, solidarietà, operatività economica, addirittura un mondo bancario solidaristico. In seguito, l’Italia, uscita distrutta e sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale, diventò, nel giro di pochi anni, il settimo Paese più industrializzato del mondo. Come fu possibile? Non certo grazie all’iniziativa esclusiva delle grandi imprese nazionali, come accadde in Francia, bensì per un diffuso sistema di piccole e medie imprese, nato dalla capacità indomita di adattarsi e cambiare. I prodotti italiani che vedono la luce in questo periodo e che diventano un simbolo nazionale (dagli elettrodomestici alle automobili, alla manifattura…) sono frutto di una capacità, tanto diffusa quanto “strana”, di considerare in un certo modo la realtà: una realtà che offre sempre un’occasione; fatta in modo tale da corrispondere ai desideri più profondi dell’uomo; che si lascia trasformare in base ai mutevoli bisogni di chi ha davanti…

Se siamo dotati di questa capacità, perchè il nostro Paese sembra fermo, inceppato (e da molto tempo prima dell’ultima crisi finanziaria)? Tutto il cambiamento di cui la nostra gente è stata capace nasce dall’eredità più importante del popolo italiano, figlio della sua storia cattolica, poi divenuta anche appannaggio della tradizione socialista e liberale: la capacità di concepire la realtà come un dato e la conoscenza come un incontro che coinvolge un oggetto e un soggetto, dotato di desideri irriducibili. Il soggetto, quando conosce la realtà (come dice il primo capitolo de Il senso religioso di don Luigi Giussani) non rinuncia a giocare il desiderio di verità, giustizia, bellezza di cui è costituito, e perciò la conosce con realismo, rispettandola nella sua integralità, senza ridurla ai propri schemi.

Un uomo così, che vive all’altezza dei suoi desideri più profondi, non è schiavo delle circostanze, né delle sue convinzioni soggettive: ha sempre una capacità di muoversi più grande, perché è fatto per cose più grandi. E’ segnato da un impeto ideale positivo, costruttivo, fatto di desiderio di conoscere, di lavorare, di creare, che ha generato la capacità di cambiare di cui si è parlato; inventa prodotti nuovi, più adatti all’evolversi del mercato; si allea con altri per realizzare meglio la sua attività e genera così i distretti industriali; crea opere in grado di rispondere efficacemente ai bisogni più disparati (educazione, assistenza, sanità, lavoro…), che costituiscono un nuovo tipo di welfare: un “welfare sussidiario”.

Cosa è accaduto, allora, all’Italia? E’ accaduto che si sta vergognando della sua cultura, della sua capacità di conoscenza “per avvenimento”, che sarebbe, proprio nel momento di crisi odierna, la sua più efficace risorsa, e sta cercando la sua strada altrove. Il contributo più originale dei cattolici alla vita italiana, oggi, può ancora essere quello di risvegliare questo tipo di intelligenza magnanima della realtà, da cui, solo come conseguenza, può derivare anche la tutela dei principi irrinunciabili e una morale per l’uomo. Il contributo dei cattolici è questa diversa posizione e prospettiva di fronte alla sfida della realtà quotidiana: un modo di conoscere non ridotto, realista e capace di nesso col desiderio umano.

C’è un nemico di questa concezione e prassi che ha fatto grande l’Italia. Viviamo in un’epoca, dal 1600 a oggi, in cui la filosofia e il pensiero economico e politico privilegiano un altro tipo di uomo: non quello che conosce partendo dal desiderio, bensì quello negativo che si muove seguendo le sue pulsioni egoistiche (e che lo Stato deve controllare). Assumendo questa concezione, molti hanno perso quel realismo capace di cambiamento e l’hanno trasformato in lamento, comodo, giustizialismo, utopia, delega al potente di turno, non assunzione della propria responsabilità, resistenza al cambiamento, distacco dai propri ideali. Spesso non se ne è coscienti, ma questo è l’inizio del declino umano, sociale, economico e politico di singoli, gruppi, nazione intera. Le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia sono una grande occasione per la riscoperta di un pensiero e una prassi più confacenti ai nostri attuali bisogni e desideri, come singoli, comunità, popolo.

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