Il raggio della solitudine

- Pierluigi Colognesi

La cultura dominante ha sempre cercato di far passare la solitudine dell’uomo per una conquista. PIGI COLOGNESI ci spiega che contiene un grido di significato

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Salvatore Quasimodo (Foto Ansa)

Quando in terza media la professoressa di italiano ci lesse e commentò la famosa poesia di Quasimodo, per me fu un colpo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera».

Fu un colpo perché veniva a buttarmi in faccia il nome di un certo disagio, di un’insoddisfazione indefinita che le trasformazioni dell’adolescenza portavano a galla. E quel nome era: solitudine. Ognuno sta solo e la trafittura del sole, metafora della fuggevole vita, io la capivo come la ferita provocata dalla solitudine stessa; che poi la sera della vita incombesse subitanea mi interessava di meno; ero un ragazzo e non ci pensavo alla morte.

Di per sé poteva essere una scoperta interessante, la presa di coscienza di una dimensione reale, anche se non esauriente, della vita. Infatti, pur avendo subito il colpo, pensavo e sperimentavo che qualcosa contraddiceva alla quasimodiana definizione di me: avevo una famiglia, degli amici, una compagnia e, soprattutto, nel mio cuore adolescente, sapevo bene che qualcuno sarebbe dovuto arrivare a colmare la solitudine. «Non è bene che l’uomo sia solo».

La cosa grave è avvenuta negli anni successivi, quelli del liceo. Lì i professori – di letteratura italiana o straniera, di filosofia, di arte – hanno cercato di convincermi in tutti i modi che la solitudine senza scampo dell’uomo è la vera conquista del pensiero moderno, a partire dal petrarchesco «Solo e pensoso…».

Infettati dagli ultimi cascami dell’esistenzialismo, quei professori mi dicevano che concepirsi assolutamente soli – rispetto agli altri, rispetto alle cose, rispetto al destino (anche perché, nel frattempo, Dio era morto) – era la vera profondità di pensiero, era l’autentica serietà riflessiva.

Insomma, quello che doveva essere passaggio necessario del cammino adolescenziale, diventava una massiccia costruzione teorica, l’unico accettabile modo di guardarsi: una tomba. In realtà, dovevi comunque aver a che fare con gli occupanti delle tombe vicine; e lì è pura questione di fortuna, di temperamento e, alla fine, di violenza per affermarsi.

Ho respirato per un po’ quest’aria mefitica; anche perché faceva abbastanza chic pensare di essere all’avanguardia del pensiero moderno. Mi diventava, però, sempre più chiaro che la «solitudine esistenziale» di cui, con seriosa enfasi, mi parlavano film, romanzi e poesie nascondeva una cosa ben più tragica: che niente significa niente.

Mi concepivo solo perché avevo voluto tagliare i ponti con la storia che mi precedeva (era un must per potersi dire maturo e moderno); mi concepivo solo perché reputavo i rapporti un fastidioso impiccio rispetto al libero espandersi della mia solitudine; mi concepivo solo perché avevo deciso che non c’era una meta significativa all’avventura dell’esistenza. Quel tipo di solitudine derivava direttamente dall’indimostrato dogma dell’assenza di ogni senso. Ma se nulla ha senso, io non sono semplicemente solo; sono nulla.

Che sollievo quando mi son sentito dire che la solitudine è, invece, l’impotenza dell’uomo che grida a un significato nascosto ma reale! Se sono trafitto da un raggio di sole, vuol dire che il sole c’è. E non è indifferente a me.

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