Giuda e la libertà

- Pierluigi Colognesi

La libertà è una caratteristica fondamentale dell”io’. Ma oggi le giovani generazioni sanno esercitare questa opzione di fondo nelle poprie scelte? Il commento di PIGI COLOGNESI

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Giuda Iscariota, opera di Cimabue

I grandi affreschi storici che Paolo Mieli periodicamente offre dalle pagine del Corriere della Sera sono generalmente di grande interesse. Quello proposto il 31 maggio riguardava la figura dell’apostolo Giuda Iscariota. Dopo aver sommariamente riferito delle principali interpretazioni che sono state date del traditore per antonomasia, il giornalista-scrittore si concentra su un volume di imminente pubblicazione, che guarda quel tradimento dal punto di vista della dinamica economica.

In sintesi Giuda sarebbe, tra l’altro, un fallimentare gestore dell’economia in quanto, ponendosi al di fuori dell’orizzonte dei valori condivisi dalla sua comunità, finisce per svendere la persona che quei valori incarna e per di più ad un prezzo economicamente svantaggioso. Da allora, soprattutto per la nascente economia moderna, Giuda è diventato anche il prototipo di chi cerca un vantaggio economico tradendo la comunità cui appartiene, per esempio attraverso la speculazione. Del resto un’antica antifona del venerdì santo qualifica Giuda come «mercante pessimo», che «vende il sole alle tenebre».

L’interpretazione economica è suggestiva e non saprei dire quanto fondata. Tra gli scritti che trattano della questione, Meli rimanda anche al discorso di Benedetto XVI del 18 ottobre 2006. Il Papa concludeva proprio parlando di Giuda la catechesi dedicata agli apostoli. Il suo approccio è radicalmente diverso: ciò che balza in primo piano è il fattore più profondo e imponderabile, quello che non può essere descritto con analisi sociologiche o psicologiche, quello che non può essere giustificato da predestinazioni o calcoli. Giuda ha tradito perché la sua libertà – eccolo il fattore decisivo – ha scelto contro il suo maestro. Certo, la libertà non agisce in assenza di motivazioni e, magari a posteriori, è sempre in grado di addurre giustificazioni più o meno plausibili. Ma alla fin fine è una opzione di fondo, una apertura cui si oppone una chiusura o viceversa.

Ribadire che il tradimento – pure quello che ha prodotto la morte da cui è derivata la salvezza del mondo – è anzitutto frutto della libertà significa anzitutto riaffermare una precisa concezione di Dio. Scrive il Papa: «Gesù ha trattato Giuda da amico, però, nei suoi inviti a seguirlo sulla via delle beatitudini, non forzava le volontà né le premuniva dalle tentazioni di Satana, rispettando la libertà umana». Significa poi sostenere con decisione che l’uomo la libertà ce l’ha. Non sembri affermazione ovvia e scontata. Non passa giorno che sulle pagine dei giornali non appaiano notizie su presunte scoperte scientifiche che vanno in un’unica direzione: l’uomo in definitiva non è libero, è predeterminato.

Non più, come nel vecchio positivismo, dalle condizioni sociali o dagli ascendenti biologici, bensì dalla conformazione cerebrale e da qualche gene fuori posto. A livello popolare questa impostazione gioca in modo devastante nell’ambito educativo: l’ultima ipotesi cui ci riferisce per individuare un disagio o per suggerire un cammino è la libertà dell’educando. Prima si cercano tutte le strade ultimamente meccaniche della psicologia, del supporto farmacologico, del cambiamento del contesto. Ed è ipocrita lamentarsi, poi, che i giovani non siano responsabili. Si è tolta loro la spina dorsale della libertà ed è quindi improbabile che stiano in piedi.

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