Referendum, tutta energia sprecata

- La Redazione

Domenica e lunedì prossimi gli italiani sono chiamati a votare per quattro referendum, di cui però si capiscono ben poco le implicazioni e le posizioni dei nostri politici

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Foto Ansa

Allora, ricapitoliamo. L’Idv di Di Pietro e il Sel di Vendola lanciano i referendum contro acqua, nucleare, giustizia (Berlusconi). Per acquisire una maggior visibilità politica. Il Pd e gli altri dell’opposizione stanno alla finestra, non volendo portare acqua al mulino dei due competitors interni. A quel tempo, il quorum è dato per non raggiungibile.

Poi accade Fukushima. A quel punto il quorum è certo, e il Pd decide di muoversi, non senza discussioni interne (persino Bersani diventa ex-nuclearista ed ex-liberalizzatore), perché non può lasciare il successo a Di Pietro e a Vendola. Vista la situazione, il Governo decide di affossare la legge nucleare.

Poi accade che Berlusconi perda Milano e Napoli (di nuovo vincono Vendola e Di Pietro). Il premier accusa il colpo e vacilla. A questo punto si muove pure Fini. Nasce la “lega anti-premier” che chiama al voto referendario del 12 e 13 giugno. Per dare un’altra decisa spallata. Ma non tutti ci stanno a caricare di significato solo politico i temi oggetto di voto. Pure Bassanini critica e apostrofa Bersani come “ex-riformista” sull’acqua.

In queste condizioni, era assai difficile parlare seriamente e approfonditamente di acqua, nucleare e legittimo impedimento. A destra come a sinistra. E infatti non lo si è fatto. Ma adesso ci chiedono il voto. Su che? Qualcuno ne sa veramente qualcosa, di questi argomenti? Sa quali implicazioni comporteranno le abrogazioni? E poi, si sa quali siano queste abrogazioni?

Limitiamoci al nucleare, vera locomotiva mediatica di trascinamento al voto. Qui hanno sbagliato, con dolo, sia la maggioranza che l’opposizione. La maggioranza sconta il peccato originale di aver voluto imporre una scelta così delicata a colpi di “prime pietre” deposte entro la fine della legislatura. Nessun Paese (serio) che ha il nucleare, nel mondo cosiddetto democratico, impone il nucleare a maggioranza. Si vedano gli Usa, la Francia, la Gran Bretagna, la Finlandia, solo per fare qualche esempio.

Cambiano i governi, ma la scelta strategica rimane. Occorreva condividere e chiamare allo scoperto almeno la parte non “pregiudizialmente contro” del Pd. Magari dandogli anche posti nell’Agenzia nucleare, perché no, in nome della corresponsabilità. Non facendo il dispetto di strappargli Veronesi, inattaccabile perché conosciuto, stimato, scienziato e di sinistra. Ovvero: ti pesto i calli e ti tappo la bocca per non farti urlare.

Di più, sconta le enormi lungaggini decisionali nel programma, nonché gli attriti interni tra i due ministeri (Sviluppo economico e Ambiente) nel lancio dell’Agenzia, che fa da tappo a tutto il processo. Fossero partiti per tempo, e non con un ritardo che ora è di un anno e mezzo, avrebbero avuto un’istituzione almeno in grado di informare correttamente e di chiarire alcuni punti critici ai cittadini italiani. E infine non riesce neppure a deliberare una legge a prova di mina vagante (la Cassazione, che forse ci ha messo del suo). Anche qui il premier paga per i numerosi attacchi alla magistratura.

L’opposizione, in sostanza il Pd (perché invece Idv e Sel hanno usato il nucleare come elemento di ragione per la loro sopravvivenza politica), non è riuscita a lasciar spazio alla propria anima riformista, a usare il nucleare come banco sperimentale per impostare una politica bipartisan, strategica per il Paese e che guardi al futuro (quando magari alternerà al governo l’attuale maggioranza), e a proporre delle condizioni per la ripresa dell’opzione nucleare italiana.

Pure Bersani, che da ministro nel 2007 aveva fatto rientrare l’Italia in un gruppo nucleare internazionale, si è rimangiato la propria convinzione politica. E alla fine ha deciso di appiattirsi sulle posizioni di Vendola e Di Pietro, e di sposare l’idea della spallata. Ha immolato acqua e nucleare, cambiando idea (almeno Bersani), sull’altare della convenienza politica immediata. Come ha fatto la Merkel.

Veniamo a oggi. La legge che avviava il processo per la costruzione di nuove centrali nucleari è già stata abrogata dal Governo, come volevano i referendari. E ora? Quali speranze si dovrebbero ancora coltivare sul versante nucleare e, più in generale, sul versante energetico? In realtà, ne rimarrebbero due.

La prima. Che le valutazioni tecnico-scientifico-gestionali dell’Europa, così come quelle degli Usa, ci riconsegnino gli attuali reattori più sicuri e capaci di affrontare eventi naturali catastrofici come quello giapponese e ci confermino che i nuovi reattori di III generazione (quelli che avremmo costruito in Italia) sono in grado di resistere senza alcun problema a simili scenari. Ma su questo tema l’“acquisizione di evidenze scientifiche e la considerazione delle decisioni a livello europeo” saranno impedite dall’abrogazione dell’art. 5 comma 1. Bel risultato.

La seconda. Che finalmente l’Italia si doti di una strategia energetica nazionale, ovvero di un piano ragionato organico e di lungo termine che manca da decenni, puntando a “sicurezza, diversificazione delle fonti, competitività, infrastrutture, investimento in ricerca, accordi internazionali, sostenibilità ambientale, filiere industriali nazionali, riduzione delle emissioni, anche qui considerando le valutazioni europee in materia e quelle degli organismi internazionali”. Ma tutto questo non sarà possibile, perché verrà abrogato nell’art. 5 comma 8. Altro bel risultato.

Speranze e obiettivi che verranno vanificati se il referendum raggiungerà il quorum, ovviamente. In realtà, queste speranze le coltiverebbe anche una non piccola parte di coloro che, tra i referendari e soprattutto nel Pd, sono critici con la politica energetica di questo governo, ma non sono ideologicamente e pregiudizialmente schierati sul tema. Ma come detto, l’obiettivo dei referendum ormai è un altro. Assestare un altro colpo per abbattere il “manovratore”.

Dell’energia, come dell’acqua, e di una seria discussione su questi come su altri servizi di pubblica utilità, non interessa più nessuno. Peccato. Per noi tutti.

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