La stanchezza come sconfitta

- Pierluigi Colognesi

C’è qualcosa di equivoco, a ben pensarci, nel nostro modo di approcciare la stanchezza, che inevitabilmente affiora con più frequenza in questa fine di anno lavorativo

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C’è qualcosa di equivoco, a ben pensarci, nel nostro modo di approcciare la stanchezza, che inevitabilmente affiora con più frequenza in questa fine di anno lavorativo. Charles Péguy ha scritto che il cataclisma del mondo moderno ha fatto sì che le nostre stesse umane miserie non siano più cristiane. Anche la nostra stanchezza non è più cristiana.

Il dato di fatto è indubitabile. A metà luglio ci si sente come una macchina che sta finendo la benzina, come una pila che si sta scaricando; per cui il computer che essa alimenta fa i capricci: ci si mette doppio tempo a fare una cosa che prima si finiva velocemente, per carenza di concentrazione si commettono un sacco di errori, l’accensione del mattino è più lenta, come se la macchina del corpo e dei pensieri non avesse tanta voglia di mettersi a lavorare, e perfino lo spegnimento della sera è più complicato, si vorrebbe finire in fretta e riposarsi e invece ci sta lì a cincischiare, forse perché insoddisfatti della resa del lavoro.

E fin qui mi sembra tutto normale. In qualche modo il nostro organismo è una macchina che, come tutti gli apparecchi meccanici, elettrici o elettronici, quando è sottoposta ad un accumulo di lavoro, ha bisogno di fermarsi, di riposare. Non per nulla tutti i giorni abbiamo bisogno della pausa del sonno e tutti gli anni di quella della vacanza. È naturale.

Dove sta, allora, l’equivocità? È che essere sopraffatti così evidentemente dalla nostra impotenza, dalla fragilità del nostro corpo ci appare come un’inaccettabile ingiustizia. In qualche modo è davvero così. Per Adamo, a imitazione del creatore, lavorare era pura espressività, utilizzare la “macchina” dei suoi pensieri e del suo corpo solo una continua e goduriosa soddisfazione.

Da quando, però, ha separato il suo lavoro dalla volontà creativa di Dio, lavorare è diventato fatica, sudore della fronte. I secoli cristiani lo sapevano, lo accettavano e, perciò, non si scandalizzavano della stanchezza implicata dal lavoro. È un promemoria della sublime dignità originale del nostro lavoro, della perdita di tale bellezza e del faticoso cammino necessario per recuperarla.

Per noi «incristiani», come direbbe ancora Péguy, non è più così. Non riusciamo a sopportare che la macchina non sia perfetta, indefinitamente pronta a tutte le performance che le chiediamo, bisognosa di ricaricarsi. La stanchezza assume quindi il volto di un’inaccettabile sconfitta, di uno scandaloso limite. Da cui non si può scappare, se non con qualche supporto chimico o credendo ai mirabolanti studi scientifici che promettono di sostituire le parti deteriorabili della nostra macchina con composti artificiali indistruttibili: la futura umanità biotecnologica. Nel frattempo, la stanchezza la sopportiamo. Malvolentieri e in attesa di buttarci nella nevrotica bulimia della vacanza.

Chi è realista, invece, guarda in fondo con tenerezza il calare delle sue energie e ringrazia tranquillo il cielo se può, alla fine, riposarsi. Come scrive Eliot: «L’uomo che durante il giorno ha costruito qualcosa, quando cala la notte ritorna al focolare: per essere benedetto dal dono del silenzio, e prima di dormire si assopisce».



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