Per gli occhi di Beatrice

PIGI COLOGNESI tratta il tema della certezza parlando di Dante che, in piedi sull’ultimo gradino del Purgatorio esita prima di attraversare il muro di fuoco che lo porterà in Paradiso

01.08.2011 - Pierluigi Colognesi
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Normalmente la parola certezza ci fa pensare ad una convinzione che si sviluppa esclusivamente in ambito intellettuale. Ciò è frutto di una concezione della verità interpretata come puro fenomeno di ragione, come luce che investe le tenebre della menzogna e mostra lo splendore razionale di una certa affermazione. Ma questa è solo una parte della verità e, quindi, è solo un aspetto della certezza. Diverse culture, ad esempio quella della Bibbia, usano come metafora della verità non tanto la luce quanto la roccia. Verità è la solidità della pietra dietro cui ci si può riparare durante una tempesta di sabbia o su cui si può costruire una casa. Certezza coincide in questo caso con la sicurezza di un appoggio: il contrario della vertigine dovuta a un terreno instabile sotto i piedi.

La certezza, quindi, è anche questione di solidità di rapporto. Il testo letterario che più mi impressiona a questo riguardo è quello di Dante alla fine della salita del Purgatorio. Come noto, il secondo regno dell’aldilà dantesco è una immensa montagna fatta a gradoni. Accompagnato da Virgilio, Dante la sale fino ad arrivare all’ultimo, quello che ospita i lussuriosi. Immaginiamoci la scena: i due poeti – da un po’ di tempo in compagnia di un terzo, Stazio – sono sul ripiano del monte, alle loro spalle l’enorme scarpata che scende fino al mare, di fronte un muro di fuoco dove i peccatori purificano la loro anima. Dante parla con alcuni di loro, stando ben attento a non avvicinarsi troppo ala fiamma; arrivano poi davanti all’angelo che custodisce quel cerchio, il quale dice una cosa che getta Dante nello sgomento: «Più non si va, se pria non morde, / anime sante, il foco». Per fare l’ultima salita, quella che porta al paradiso terrestre, bisogna attraversare la muraglia di fuoco. Dante non ne ha la minima intenzione, ha paura, non è certo.

Virgilio tenta di rassicurarlo con ragionevolissime considerazioni: il fuoco può far male, ma non condurre a morte; ricordati di altri passaggi difficili che abbiamo superato insieme, tanto più ora che siamo più vicini a Dio riusciremo ad affrontare anche questa prova; metti un lembo del tuo mantello nel fuoco e vedrai che non brucia. C’è ogni possibile motivazione per essere certi: il ragionamento teologico per cui nulla in Purgatorio può nuocere, il ricordo di passate vicende analoghe, l’invito all’esperienza diretta. Ma non basta: «E io pur fermo», dice Dante. Tutti quei convincenti ragionamenti non riescono a smuoverlo a dargli la certezza sufficiente a superare la paura. Con straordinario acume il poeta osserva che se ne stava immobile pur condividendo le motivazioni del maestro, cioè «contra coscienza»: vorrebbe aderire a quello che gli viene detto, ma non ce la fa, rimane «fermo e duro». La certezza non è arrivata.

Allora Virgilio, «turbato un poco», gioca l’ultima carta. C’è un solo rapporto che può dare a Dante la sicurezza/certezza necessaria per affrontare il fuoco, quello con la donna amata. E secco gli dice: «Or vedi, figlio: / tra Beatrice e te è questo muro». Al nome di lei la durezza incerta di Dante si trasforma in cedevole disponibilità e, come un bambino che accetta di fare quello che non voleva perché gli si promette una bella mela (l’esempio è di Dante stesso), il poeta entra tra le fiamme. Che bruciano e il saggio Virgilio, per sostenere la certezza nella prova del fuoco, dice: «Li occhi suoi già veder parmi». Sono quegli occhi intravisti che danno la certezza che nessun titanico sforzo di volontà e nessun impeccabile ragionamento avevano saputo produrre.

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