Fra terra e cielo

Per concludere una giornata di vacanza, PIGI COLOGNESI, ha deciso di salire al Tempio di Giove, che troneggia sullo sperone di roccia sovrastante Terracina

19.09.2011 - Pierluigi Colognesi
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Il tempio di Giove a Terracina (Fotolia)

Per concludere la nostra giornata di vacanza decidiamo di salire al tempio di Giove, che troneggia sullo sperone di roccia sovrastante Terracina. Pochi minuti di macchia e siamo su. Paghiamo il biglietto di entrata e dopo aver attraversato dei prati riarsi, da cui sbucano resti di mura e accenni di pareti, arriviamo alla spianata che sta in cima al promontorio. Del grande santuario dedicato al padre degli dei è rimasto solo il pavimento; i grandi archi che vedevamo da sotto sono soltanto i contrafforti di rinforzo per reggere la mole del tempio che non c’è più. Senza troppo sforzo, però, si riesce a immaginare cosa doveva essere.

La lunga serata estiva ci offre ancora almeno un’ora di luce e possiamo goderci lo spettacolo. Le leggere nuvole che navigano in cielo cambiano colore di minuto in minuto, passando da un acceso arancione a un viola prima brillante e poi opaco. Alle spalle la catena montuosa di cui il promontorio del tempio è l’ultima propaggine, che si affaccia, come un gigantesco balcone, sul mare.

Ai nostri piedi la città, che quando il tempio fu costruito era molto più piccola, quasi sperduta nell’ampia baia che l’abbraccia. Di fronte, immenso, il mare. Mentre il sole si nasconde dietro capo Circeo, penso alla grandezza dell’uomo religioso, che viene a costruire un tempio proprio in questo posto meraviglioso.

Proprio qui, dove la solidità della terra si avvicina all’immensa mobilità del mare e all’ancora più infinita, se è possibile dir così, profondità del cielo, si capisce cos’è la tensione dell’animo religioso al divino, a ciò che è più solido della terra, più immenso del mare e più profondo del cielo.

Poi mi viene in mente quello che avevo visto quello stesso mattino: la cripta della cattedrale di Anagni. È letteralmente uno scrigno pieno di gioielli. Tre magnifici cicli di affreschi, realizzati almeno da tre diversi pittori, narrano la grande storia della vicenda umana. C’è la creazione di cielo, terra, acqua, fuoco nonché di tutti gli esseri che li abitano e dell’uomo, che è come un cosmo in miniatura, coscienza di tutto.

C’è, specchio di questo inizio, la descrizione della fine delle cose: l’apocalisse con gli angeli che distruggono e quelli che trattengono gli elementi distruttori, con l’Agnello che apre i sigilli e l’umanità che lo adora alzando calici pieni di preghiere. In mezzo il tempo della storia. Quella dell’Arca dell’antica alleanza e quella derivata dalla nuova ed eterna alleanza, quella cioè che riguarda i santi e i martiri che ci sono proprio lì, in quel locale ricavato nelle viscere della terra. Con dovizia di particolari si racconta, tra l’altro, dell’arrivo in città delle spoglie del martire san Magno, che gli abitanti di Anagni hanno riscattato dalle mani di un re saraceno e portato proprio lì, a fondamento di tutta la grande cattedrale.

Il tempio pagano cerca l’altezza e l’ampio orizzonte, quasi a significare l’impeto di ascesa e la grandezza del suo desiderio. Il tempio cristiano scava sottoterra, dove un corpo storico di un uomo storico viene venerato come momento di una storia nuova che dalla terra è sbocciata. È la logica cristiana dell’incarnazione, della freccia che viene in giù muovendo dalla X misteriosa cui tutti scagliano, senza poterla mai raggiungere, la freccia del proprio desiderio.

È il cielo che si è immischiato con la fangosità di una grotta buia sotto terra e da lì inizia perpetuamente una creazione nuova. Nella quale lo slancio aereo del tempio di Giove è stimato con commozione.

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