Realtà, non simbolo

- Pierluigi Colognesi

L’Eucarestia non è solo un simbolo o il richiamo ad una diverso atteggiamento morale; introduce, spiega PIGI COLOGNESI, alla possibilità di un cambiamento radicale dell’uomo

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Siamo nella settimana del Congresso eucaristico nazionale, il venticinquesimo nella storia dei cattolici italiani. L’Eucarestia non è un gesto puramente devozionale e privato; tende, piuttosto, ad avere un profondo impatto «per la vita quotidiana», come recita il titolo di questo Congresso. Tale impatto rischia a volte di essere valutato e richiesto in termini puramente moralistici; come se si trattasse di un procedimento deduttivo: siccome hai partecipato all’Eucarestia ne consegue che devi comportarti in questa e quest’altra maniera. Il primo impatto «per la vita quotidiana» mi sembra, invece, una rivoluzione di carattere conoscitivo: l’Eucarestia è un potente e permanente invito a riconoscere che la realtà delle cose che vedo non coincide con quello che vedo.

Cerco di spiegarmi raccontando una piccola scoperta che ho fatto in vacanza: il miracolo eucaristico di Alatri. Siamo nel 1228, nella cittadina laziale vive una vecchia fattucchiera. Per le sue pratiche magiche le occorre un’ostia consacrata e convince una ragazza a fare la comunione, ma a non deglutire e quindi a portarle l’ostia. La ragazza esegue e porta a casa la particola consacrata in un fazzoletto. Ma la maga tarda a passare a prenderla e la ragazza, incuriosita, apre il fazzoletto e vi trova un pezzo di carne. Spaventata e pentita corre dal vescovo col fazzoletto e l’ostia trasformata. Il vescovo si rivolge a papa Gregorio IX per chiedere sul da farsi; il pontefice gli dice di conservare onorevolmente la reliquia e di essere clemente con la giovane e severo con la maga. La reliquia c’è ancora oggi. Il miracolo di Alatri è simile a quello più famoso di Bolsena, di poco successivo. In questo caso si tratta di un sacerdote che nutre dubbi sul fatto che quel pezzo di pane che lui stesso ha consacrato sia il corpo di Cristo e il vino il suo sangue. All’atto di spezzare l’ostia, ne escono delle gocce di sangue che finiscono sulla tovaglietta che sta sotto il calice e che si chiama corporale.

Il prete corre subito nella vicina Orvieto, dove risiede il papa Urbano IV, portandogli il corporale. Sarà questo pontefice a istituire la festa del Corpus Domini, il culmine della devozione della Chiesa all’Eucarestia.

Insomma, i miracoli eucaristici stanno a dirci che la realtà dell’ostia consacrata è diversa da ciò che si vede. Quello è effettivamente, realmente il Corpo di Cristo; non è il simbolo della sua vicinanza e sostegno nel cammino della nostra vita, non è neppure il simbolo del nostro desiderio di essere in rapporto con lui o in comunione tra di noi. L’Eucarestia rappresenta una sfida radicale al nostro razionalismo, che tende a delimitare la realtà di quello che ci appare a ciò che ne percepiamo o, al massimo, sentiamo e pensiamo. Una sfida che apre sorprendenti prospettive anche «per la vita quotidiana». Perché se ciò che appare ha una profondità che va oltre l’apparenza, allora si trasforma anche lo sguardo a me stesso, ai miei amici, agli estranei, al tempo che scorre, alla prima foglia che è cominciata a cadere: la finitudine soffocante è sfondata in una prospettiva senza termine.

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