Uomini o squali

Quanto accaduto durante il “black Friday”, spiega LORENZO ALBACETE, è un segno di una profonda ferita spirituale che non ci permette di riconoscere ciò che ci rende veramente felici

29.11.2012 - Lorenzo Albacete
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immagine d'archivio

Mi chiedo cosa stiano pensando oggi gli squali, là nell’oceano, di noi esseri umani. Ho in mente gli squali visti in una vignetta del New Yorker di qualche settimana fa, anche se ora non riesco a ritrovarla. Ho cercato di salvarla sul mio Ipad, che non so usare un granché, e infatti ho scaricato tutto il numero della rivista e adesso non riesco più a ricordarmi dove è finita. Comunque, la vignetta mostrava due squali alla ricerca di qualcosa da mangiare e uno dei due diceva all’altro: “Come mai quando loro (gli umani) si fanno fuori un buon pasto dicono che stanno solo mangiando, ma quando lo facciamo noi parlano di furiosa voracità?”

Se, in questi giorni di prolungato fine settimana per il Giorno del Ringraziamento, quegli squali guardassero i notiziari in tv diventerebbero furiosi nel vedere la voracità di cui siamo capaci. Gli squali, almeno, mangiano per sopravvivere, ma la folla vista in televisione faceva incetta di grandi schermi tv ultrapiatti, dei più recenti prodotti della Apple, di fantastici frigoriferi, e via dicendo. E neppure si accontentavano di un solo pezzo per prodotto: ho visto un’anziana signora con tre apparecchi televisivi nel suo carrello ormai già quasi pieno. Scene simili si sono ripetute in tutti i centri commerciali, in ogni parte della città, in ogni tipo di negozio. 

Quest’anno c’è stata di gran lunga più gente, per l’ampliamento della stagione dei saldi rispetto al tradizionale giorno dopo il giovedì del Ringraziamento (il cosiddetto Black Friday, il Venerdì Nero). Questa volta, i negozi hanno aperto a mezzanotte o anche prima, costringendo i negozianti a ridurre il tempo dedicato al riposo e al ringraziamento a Dio, a parenti e amici per quanto ricevuto da e attraverso loro, invitando quanti più possibile a unirsi nella preparazione e consumazione del tacchino del Ringraziamento. Molti, invece, questa volta erano occupati a pensare agli IPhones che li aspettavano all’ipermercato.

Non mi è mai stata rivolta l’accusa di essere un puritano, né, da parte mia, intendo diventarlo. Invidio quella signora capace di caricarsi di tutti quei telefoni e televisori, io sono troppo pigro e stanco. 

Sento, però, che questa frenesia per gli acquisti è un segno preoccupante di una profonda ferita spirituale, una ferita nei nostri cuori, che non ci permette di riconoscere ciò che ci rende veramente felici. Abbiamo perso il senso dell’importanza del Sabbath, della Domenica, della celebrazione piena di devozione.

Un amico ebreo mi ha raccontato che quando i suoi amici ebrei gli dicono che devono rinunciare al Sabbath per poter mantenere uno standard di vita adeguato per la loro famiglia, li invita a casa sua per il pasto del Sabbath. Poi li porta in giro per la sua proprietà, estesa fino allo Hudson e dove si può vedere il suo molo con la sua barca. Ritornati davanti alla sua casa, gli fa vedere le sue due lussuose auto e dice: “Come potete vedere, il Sabbath, che io celebro ogni settimana, non ha assolutamente intaccato il mio standard di vita”. La nostra preoccupazione per ciò che ci circonda sarebbe molto più semplice se riprendessimo il nostro rispetto per il Sabbath.

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