Non ci sarà più notte

- Pierluigi Colognesi

Per PIGI COLOGNESI, la sospensione di coscienza portata dal sonno notturno ci costringe al mattino a fare i conti con la nostra nullità originaria, col fatto che non sappiamo perché ci siamo

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Immagine di archivio

Stiamo attraversando il periodo dell’anno in cui i giorni sono più brevi e, di conseguenza, sono più lunghe le notti. Con la luce artificiale, i mezzi di trasporto sempre attivi, la possibilità di avere informazioni da tutto il mondo anche alle tre di notte, non ci accorgiamo quasi della differenza. Ma per millenni la lunga notte invernale ha fatto davvero paura; complice il gelo che rende inagibili le strade, il buio in cui possono annidarsi pericoli imprevisti, la notte appariva come nemica, maligna, carica di angoscia. È per questo che proprio nel momento in cui il ciclo annuale inverte la direzione e il giorno ricomincia a rosicchiare minuti alla notte molte civiltà hanno situato la festa del sole, la festa dello scampato pericolo che le tenebre inghiottiscano definitivamente la luce.

Ma la notte è anche il tempo del sonno che ritempra. Eppure, descrivendo la futura Gerusalemme gloriosa, attesa dai primi cristiani e da tutti i loro discendenti, l’Apocalisse di san Giovanni dice che in essa «non vi sarà più notte». Come mai? Il sonno è indispensabile per il riposo, per rigenerare le forze, per lenire le sofferenze, per sospendere le preoccupazioni. Se non si dorme si può impazzire – è un metodo di tortura utilizzato da molte dittature – e la difficoltà di dormire (come ho scritto nell’editoriale dell’11 giugno) è una triste caratteristica di noi moderni, piccoli prometei presuntuosi che devono affidarsi ad una pastiglia per fare quello che a ogni bambino riesce con assoluta naturalezza. È vero, il sonno della notte ha immenso valore e indubbia utilità.

Eppure è anche il momento in cui succede qualcosa di strano: perdiamo l’autocoscienza, ci stacchiamo dalla consapevolezza di noi stessi. Lo si capisce al risveglio: siamo tendenzialmente smarriti, come bambini catapultati in un paese sconosciuto, sentiamo tutta la pesantezza di dover ricominciare, come se la notte avesse cancellato quel poco che eravamo riusciti a costruire, interrotto innaturalmente un cammino, eretto di nuovo muri che ci pareva di aver abbattuto. Abbiamo la sensazione che qualcosa di oscuro sia accaduto in noi e attorno a noi mentre dormivamo.

E ci viene la tentazione nichilista di girarci dall’altra parte, di ripiombare nell’incoscienza, di evitare la fatica di una nuova costruzione oppure quella – altrettanto nichilista – di buttarci nella frenesia delle incombenze tanto per nascondere il malessere del risveglio. Il fatto è che quella sospensione di coscienza portata dal sonno notturno ci costringe, al mattino, a fare i conti con la nostra nullità e nudità originaria, col fatto che non sappiamo spiegare come mai ci siamo, vivi e coscienti, invece di starcene ancora, corpo inconsapevole di sé, nel nirvana del sonno. Lì ci giochiamo quotidianamente l’opzione fondamentale, la scelta tra riconoscere che noi e tutto intorno a noi è un dono di cui prendere coscienza con letizia oppure la sottomissione al nulla notturno, solo transitoriamente contrastato dalle ultimamente inconsistenti attività della giornata. Ma verrà un giorno, dice l’Apocalisse, in cui niente turberà più la tranquilla consapevolezza del nostro esserci senza esserci fatti da noi, in cui il gorgo oscuro del nulla e la presunzione fallace dell’attivismo non avranno più nessuna attrattiva, il giorno in cui «non ci sarà più notte».



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