I giornali, l’inferno e il paradiso

- Lorenzo Albacete

Non è del fiscal cliff che bisogna avere paura, ma della rupe su cui poggiamo tra libertà e verità. LORENZO ALBACETE commenta due articoli del New York Times e del Time su paradiso e inferno

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Foto Infophoto

State tranquilli, non aggiungerò alle tante già in corso anche la mia analisi del cosiddetto fiscal cliff, la “rupe fiscale”, dalla quale siamo tutti candidati a cadere il prossimo primo gennaio. Sarà quello che avverrà, peraltro, se Repubblicani e Democratici non troveranno prima un compromesso, che potrebbe comportare tasse per i più ricchi e tagli alle spese militari e sui programmi assistenziali.

La ricerca di un accordo è praticamente in corso dal giorno in cui Barack Obama si è insediato come presidente, cioè da quattro anni, ma senza alcun risultato, in quanto entrambe le parti sono preoccupate che un accordo possa creare gravi problemi con la base più ideologizzata del proprio partito.

Adesso, però, Obama è stato rieletto e con un buono scarto, sia tra i voti elettorali che tra quelli popolari. Purtroppo, nonostante gli incontri che si sono tenuti ai massimi livelli, tutto sembra essere rimasto uguale. Alcuni commentatori intravedono qualche fessura nel muro che divide le due parti, ma altri osservatori restano pessimisti. Qualcuno ha perfino ipotizzato un complotto di Obama per mettere in evidenza gli stretti legami dei Repubblicani con i ricchi. Il Tea Party si sta dando ancora da fare con la forza dei veri credenti e si prepara per le elezioni per il Congresso che si terranno tra due anni, le elezioni di metà legislatura (mid-term). I Repubblicani moderati e i conservatori guardano la tv, come se cercassero ancora di capire cosa sta succedendo.

Come ho anticipato, non ho intenzione di scrivere del fiscal cliff, non perché non voglia rivelare la mia appartenenza politica, ma per non rendere evidente la mia ignoranza. D’altra parte, sono caduto io stesso da molti “dirupi fiscali” e sono, in un modo o nell’altro, sopravvissuto, almeno finora.

Questa settimana c’erano altre cose interessanti, ma la mia attenzione è stata particolarmente attratta dalla decisione del New Yorker di pubblicare un articolo sull’inferno. L’autore, Robert Bell, è un ministro evangelico, pastore di una di quelle mega chiese presenti qui negli Usa, ed è arrivato alla conclusione che la Scrittura non afferma l’esistenza certa dell’inferno.    

Questo articolo me ne ha fatto venire in mente un altro sul paradiso, pubblicato qualche settimana fa sul Time, nel quale l’autore, questa volta uno scienziato, esponeva le considerazioni che lo avevano portato alla conclusione che il paradiso esiste, non solo, ma che la sua esistenza può essere dimostrata scientificamente. 

Mi sono chiesto a cosa sia dovuto tutto questo interesse per le “cose ultime”. Forse è dovuto al fatto che a molti è stato insegnato a diffidare di qualunque cosa che venga proposta come verità: la verità è considerata una limitazione della libertà. Eppure, nonostante tutto, rimane nel nostro cuore un desiderio per l’infinito e l’eterno, che non vuole scomparire. Questa lotta viene di solito risolta eliminando dal nostro destino ogni conseguenza negativa, eterna delle nostre azioni. Non vi è necessità di un salvatore, basta un istruttore. Non c’è niente da cui abbiamo bisogno di essere salvati. 

Questa, tra verità e libertà, è la rupe che dovremmo temere più di ogni altra.

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