La rinascita di un popolo

JOSÉ LUIS RESTAN commenta la visita di Benedetto XVI in Messico e Cuba che si è da poco conclusa, nel corso della quale il Papa ha lanciato messaggi importanti

30.03.2012 - José Luis Restan
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Fedeli cubani attendono Benedetto XVI (Infophoto)

Alle tre del mattino due lunghe colonne di autobus hanno lasciato la città di Matanzas dirette all’Avana. Migliaia di cubani provenienti dalle campagne intorno alla capitale non hanno dormito quella notte per incontrare il Successore di Pietro. Lo ha raccontato a Cope (la radio per cui lavoro) José García, francescano originario di Toledo che vive da dieci anni sull’isola per servire quelle comunità. Questo è solo un appunto tra mille, una nota sul bellissimo pentagramma che i cattolici di Messico e Cuba hanno creato con i loro canti, la loro allegria e devozione in occasione della visita del Papa che si è da poco conclusa.

Nel frattempo, una parte importante della stampa occidentale resta cieca e sorda a ciò che realmente accade. Si notano l’insicurezza, le toppe all’informazione, le analisi dei salotti. Alcuni parlano di occasione persa (ma da quando Benedetto XVI rappresenta per loro una opportunità?): si sono fermati alle piccole polemiche e non si sono accorti (o non hanno voluto vedere) la rinascita di un popolo. Il grande Alberto Methol diceva che Benedetto XVI sarebbe riuscito a capire meglio di chiunque altro l’anima cattolica dell’America e avrebbe pututo per questo aiutarla a guarire le sue ferite e lanciarla verso una nuova era di costruzione.

Da quando è decollato da Roma, il Papa ha saputo mostrare qual è la natura del cristianesimo e qual è la sua incidenza storica. Questo è un tema che ha afflitto teologi e leader sociali latino-americani dalla metà del XX secolo: una passione che troppo spesso è naufragata sugli scogli dell’ideologia o è marcita sulle rive del dualismo e della superficialità. Ma in che modo la fede cambia il nostro mondo?

È stata una domanda posta come sfida dal primo istante di questo viaggio. E il Papa, con pazienza, ha dato la sua risposta. Ad esempio, nel descrivere l’idolatria della droga e le sue false promesse, che possono portare via una generazione di messicani. L’uomo ha sete di Infinito, spiega il Papa, e quando non lo trova si crea i suoi paradisi che sono solo menzogna. Di fronte a questo la Chiesa deve rendere presente la verità e la bontà di Dio, il vero infinito di cui abbiamo sete. È una presenza speciale quella che attrae il cuore smarrito, è Dio in mezzo a noi che può cambiare la coscienza e liberare gli uomini dal peso del male e della menzogna. Da qui nasce la missione educativa, il servizio di purificazione della ragione, la struttura di una comunità che cambia il volto, persino fisico, di una città.

Il Papa lo ha voluto dire in particolar modo ai piedi della statua del Cristo Re, sulla Collina del Cubilete, spiegando che il Suo regno non consiste nel potere delle armi, ma si basa sull’amore di Dio che Egli ha portato al mondo con il Suo sacrificio e sulla verità di cui ha dato testimonianza. Si può ben comprendere il soprassalto di quel momento, il brivido che ha attraversato la pelle del Messico e di tutta l’America. E poi, come un padre, ha parlato di questa stanchezza della fede che ha anche la sua forma latinoamericana, nonostante i santuari e la religiosità popolare.

È la stanchezza che conduce al dualismo nella vita, che riduce la portata della fede, impedendo che diventi carità operante e cultura, che appesantisce il suo potenziale di trasformazione, perché non genera soggetti coscienti e liberi in mezzo alla grande marea del relativismo. E così, a questo popolo devoto al cento per cento a Guadalupe, il Papa ha proposto di seguire l’invito che Maria fece alle nozze di Cana: “Fate quello che Egli vi dirà”.

Benedetto XVI è arrivato a Cuba, dopo aver detto in aereo che è evidente che il marxismo non è in grado di rispondere alla realtà e di costruire una società. E per chi avesse dei dubbi, ha sottolineato che la Chiesa è sempre dalla parte della libertà. Sull’isola il Papa ha voluto salutare tutti i cubani, ovunque si trovassero. Ha ricordato i prigionieri e le loro famiglie, i poveri e i discendenti degli schiavi; ha chiesto una società aperta e rinnovata, costruita con le armi della pace, del perdono e della comprensione. 

A Santiago di Cuba il Papa ha affermato che l’obbedienza della fede è la vera libertà, mentre escludere Dio ci allontana da noi stessi e ci fa precipitare nel vuoto. Forse non abbiamo abbastanza capacità di stupore per immaginare il frastuono che queste parole hanno avuto in un Paese dominato da un regime che ha promosso per decenni l’ateismo e ha crudelmente emarginato i credenti. Pensando sicuramente ai disagi sofferti dai tanti cattolici nei giorni precedenti il suo arrivo, Benedetto XVI ha invitato il popolo ad accettare “con pazienza e fede qualsiasi contrarietà o afflizione, con la convinzione che […] Egli ha sconfitto il potere del male […] e non smetterà di benedire con frutti abbondanti la generosità del vostro impegno”.

Nella simbolica Piazza della rivoluzione, all’Avana, il Papa ha parlato di libertà religiosa di fronte ai dirigenti del Partito comunista cubano e all’ombra dell’effige di Che Guevara. Questa libertà, ha detto, “consiste nel poter proclamare e celebrare anche pubblicamente la fede, portando il messaggio di amore, di riconciliazione e di pace, che Gesù portò al mondo. […] Il diritto alla libertà religiosa, sia nella sua dimensione individuale sia in quella comunitaria, manifesta l’unità della persona umana che è, nel medesimo tempo, cittadino e credente. Legittima anche che i credenti offrano un contributo all’edificazione della società”. Ricordiamo che a Cuba, nonostante i progressi nella libertà di culto, oggi sono ancora imprigionati e perseguitati coloro che vogliono contribuire, a partire dall’esperienza della loro fede, a costruire il futuro del Paese.

Il Papa ha indicato la strada della pazienza, della cooperazione, del perdono e della riconciliazione, ma ha anche ricordato la via del martirio, evocando coloro che hanno preferito affrontare la morte piuttosto che tradire la propria coscienza e la propria fede. La comunità cristiana cubana è stata efficacemente rafforzata dalla presenza del suo pastore. Sarebbe stupido pretendere di misurare l’incidenza storica di questo evento in termini politici. Ma non c’è nulla di più rivoluzionario come la fede accolta e vissuta, la fede che crea comunità, apre la ragione e sostiene l’impegno della libertà. Benedetto XVI ha avuto ben chiara la bussola di questo viaggio.

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