Il potere dei cristiani

PIGI COLOGNESI trae spunto dal Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv per riflettere sul fatto che anche nell’ordine della fede ci si può lasciar sviare da elementi secondari

02.04.2012 - Pierluigi Colognesi
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«L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: Strani uomini…». Ci stiamo avvicinando all’epilogo del Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv, citato quest’anno nel volantone di Pasqua di Comunione e liberazione; l’imperatore ha ormai il sicuro dominio sull’umanità intera, tutti sono ai suoi piedi. Gli restano da regolare i conti con una manciata di «strani uomini». Di fronte a loro l’imperatore sembra sinceramente perplesso; proprio non riesce a capire cosa vogliano; alla massa dei loro compagni di religione egli ha concesso ciò che maggiormente desideravano – istituti di libera ricerca biblica e teologica ai protestanti, possibilità di ricche liturgie agli ortodossi, valorizzazione dell’autorità romana ai cattolici – e loro hanno accettato di buon grado e son passati al suo servizio. Come mai, al contrario, questo piccolo rimasuglio non si sottomette alla sua autorità?

Ma chi è l’imperatore? Per capirlo basta fare attenzione alla sua irritata domanda: «Cosa avete di più caro?». Il termine «caro» indica ciò cui si riconosce un grande valore (utilizziamo la parola anche per definire una grandezza economica) e a cui quindi si è legati affettivamente (una persona che ci sta a cuore ci è «cara» ed esprimiamo l’importanza che ha per noi con una «carezza»). Caro è dunque ciò che vale e il «più caro» è ciò che vale così tanto che per esso si può rinunciare a tutto il resto, perché tutto il resto solo in esso ha senso. L’imperatore è quell’invisibile e concretissimo modo di pensare che ci ha convinti che in fondo di autenticamente «caro» – e a maggior ragione di «più caro» – non c’è niente.

Non c’è nell’ordine della conoscenza: ognuno la pensi come vuole, tanto nessuna posizione è meglio di un’altra, se non per il momentaneo successo di cui gode per benevola concessione dell’imperatore stesso; e del resto il «più caro» – la verità – non esiste o per lo meno non vale la pena di cercarla. Non c’è nell’ordine dell’affezione: è sciocco inseguire legami stabili, affezionarsi troppo; basta la soddisfazione immediata. E, per raggiungerla, ognuno si arrangi come preferisce, tanto tutti i rapporti inesorabilmente passano e chi è caro oggi non lo sarà domani, per cui il «Caro» che gli dico oggi è una menzogna e la «carezza» che gli faccio un puro contatto epidermico.

Oggi come ai tempi di Solov’ëv la più grande, inquietante e affascinante stranezza è che ci siano uomini, invece, che sappiano rispondere, con dolcezza: «Grande imperatore! Quello che abbiamo di più caro è…», uomini per cui c’è il vero e si può amare per sempre. Ma la domanda dell’imperatore è più specifica: «Cos’avete di più caro nel cristianesimo?».

Qui Solov’ëv ci ricorda che anche nell’ordine della fede ci si può lasciar sviare da elementi secondari: le interpretazioni, i valori, le modalità aggregative, i sentimenti intimi, gli sviluppi culturali, le capacità realizzative, il riconoscimento sociale, gli sforzi morali. Tutta roba che non mette in discussione il nichilismo del pensiero imperiale e che non lo disturba nel suo predominio.

Anche in questo caso la miracolosa stranezza è che ci siano uomini che possano usare un preciso nome di persona da dire dopo «ciò che abbiamo di più caro è…».

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