La profezia di Péguy

- Pierluigi Colognesi

Partendo dalle considerazioni di Alain Finkielkraut su Charles Péguy, PIGI COLOGNESI riflette sul rapporto tra uomo e materia, specialmente in questa epoca di estrema tecnologia

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Il saggio di Alain Finkielkraut su Charles Péguy è stato finalmente pubblicato in italiano. Si intitola L’incontemporaneo. Non, si noti, l’anti-contemporaneo, perché la posizione del poeta di Giovanna d’Arco nei riguardi del nostro mondo non è quella di una condanna ideologica che conduce a un tradizionalismo regressivo. Péguy è non-contemporaneo in quanto lui, perfettamente consapevole della mentalità in cui siamo immersi, attinge però a una visione al contempo più antica e più innovativa: quella classica e cristiana.

Per esemplificarlo Finkielkraut evidenzia alcune pagine nelle quali Péguy fa un confronto tra il rapporto che l’uomo moderno – ciascuno di noi – ha con la materia e quello che invece avevano gli antichi. Scrive Péguy: «Se un italiano di una cava di Carrara dava un solo colpo di martello di traverso, era sufficiente questo solo colpo di martello di traverso perché attraverso questa decisione irrevocabile quel cavapietre decidesse per l’eternità temporale di quel marmo. Nell’operazione della vecchia materia tutto conta. E tutto conta per sempre. Tutto è irrevocabile. Tutto è non disfacibile. Tutto è inesorabile: dunque tutto è eterno. Da qui il rispetto».

Il moderno, invece, ha a che fare col ferro (siamo agli inizi del Novecento) e il ferro è malleabile, disponibile, sempre rimodellabile a piacimento. Ne deriva che il moderno non ha più rispetto per la realtà che manipola, la pensa come qualcosa di illimitatamente a disposizione del suo desiderio, dei suoi pensieri e delle sue voglie. Se ne concepisce come padrone indiscusso. Commenta Finkielkraut: «L’uomo prima rispondeva, ora ordina; prima era in rapporto, ora parla da solo; prima accoglieva, ora concepisce, calcola, pianifica e programma; prima dipendeva, ora regna. Per l’uomo non c’è più l’essere in quanto altro, ma l’essere come prolungamento di se stesso».

È evidente quanto l’intuizione di Péguy sia stata profetica. Con l’avanzare della tecnologia anche il ferro è invecchiato e ben altre possibilità di manipolazione sono oggi consentite all’uomo contemporaneo. Basta pensare al virtuale (ho letto l’altro giorno che un buon numero di messaggi su Twitter non sono scritti da persone fisiche, ma da appositi programmi), o allo sviluppo delle tecnologie mediche per cui la nascita stessa sembra trattabile come una qualsiasi altra produzione e con le stesse possibilità di predeterminare le caratteristiche del prodotto.

Le frontiere dello sviluppo tecnologico – che Péguy non demonizza – pongono una questione radicale. Se, cioè, l’uomo vorrà continuare a riconoscere il suo status di creatura, cioè di chi non si fa da sé, né da sé produce la realtà, oppure se cederà all’irragionevole pretesa di pensarsi creatore. Per dirla con Péguy: «La creazione è abbastanza infinita, partecipa abbastanza dell’infinità del suo creatore per cui non c’è bisogno di andare a divertirci e a perdere il nostro tempo, a perdere la nostra vita, e, chissà, a perderci, noi stessi, immaginando, fingendo, facendo, forgiando, fabbricando dei mondi, altri mondi, dei mondi del tutto fittizi e immaginari».

Anche perché alla fine il mondo così com’è, come l’uomo l’ha ricevuto e non prodotto, se viene troppo malmenato finisce per ribellarsi. Contro l’uomo.

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