Poveri di fiducia

- Luca Doninelli

Su dieci italiani, uno è disoccupato. Su dieci giovani, quattro sono disoccupati. LUCA DONINELLI ci parla di quello che sta accadendo, al di là delle analisi e delle previsioni accademiche

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Una mensa dei poveri (InfoPhoto)

Su dieci italiani, uno è disoccupato. Su dieci giovani, quattro sono disoccupati. Vedo sul viso di mio figlio un’espressione preoccupata che forse a vent’anni non si dovrebbe avere: preoccupata per alcuni amici che, a differenza di lui, non hanno continuato gli studi dopo il diploma superiore, e ora non trovano lavoro.

La loro vita consiste nell’inviare curricula, fare colloqui: commesso, cameriere, imbianchino, e così via. La giovane età li aiuta a stare allegri, ma intanto un’ombra scende su di loro, rischiando di spegnere la loro allegria prima del tempo. E quando si comincia a disperare, si sa che tante cose (brutte) che si credevano impossibili diventano possibili.

Niente da stupirsi se, davanti a un futuro fatto di precarietà, licenziamenti senza ritorno, aumento del costo della vita, crescita della pressione fiscale e nuovi tagli alla spesa pubblica, cominci a farsi strada l’ipotesi di un ribaltamento generale.

Sono cose che si dicono, certo. Davanti ad esse, il bravo commentatore scuote la testa, come per dire “passiamo alle cose serie, per favore”. Velleità. Astratti furori, come li chiamava Elio Vittorini. L’astrazione, la non-incidenza delle smanie è nota a tutti.

Se non che, qualche volta, ciò che appare del tutto astratto diviene, improvvisamente, concreto e tangibile. Spesso i passaggi intermedi sono pochi, se non nulli. Ciò che sembrava a tutti gli analisti così grossolano da non dover essere nemmeno preso in considerazione, all’improvviso accade. Si chiama Storia, che è cosa ben diversa (altra famiglia, altra parrocchia) dalla cronaca.

I dati della recente ricerca commissionata dalle Acli e pubblicata ieri da Repubblica sono chiari: per un italiano su tre la sola soluzione possibile per uscire dalla presente crisi è la rivoluzione.
Uno su tre non è poca cosa. Com’è possibile che un italiano su tre pensi seriamente a questa soluzione, quando a mancare da noi è proprio l’ingrediente-base di ogni rivoluzione, cioè una nuova classe dirigente?

Che rivoluzione potrebbe essere? Già me li vedo (sono romanziere, immaginare è il mio lavoro) certi mezzi d’informazione fomentare il vuoto, quando la confusione degli eventi permette a chi scrive di trovare spazio per i propri sogni frustrati. Già vedo davanti a me chi plaude al risveglio delle coscienze, mentre una torma senza guida si avventa, smarrita e potenzialmente sanguinaria, alla ricerca dei presunti colpevoli.

Basterebbe un volto nuovo – questo dice la ricerca sopra citata -, basterebbe la faccia sorridente di un leader finalmente giovane: giovane e senza colpe (ma anche senza memoria).
Quando un paese sogna la rivoluzione e, con essa, un leader giovane, è segno che la dissoluzione è vicina. La storia intesa come recupero del passato e dei suoi valori, come capacità di stabilire un nesso presente tra memoria da un lato e progetti e aspettative dall’altro, rischia di saltare. Al suo posto, la pura avventura: un film che nessuno ha mai visto oltre i primi minuti. Anche se, poi (ma solo poi) i film delle rivoluzioni ci sembrano tutti uguali.

Eppure, il bisogno di novità che s’impone a chiunque legga i risultati dell’inchiesta richiede qualche parola in più.
Per vent’anni abbiamo ricevuto gente straniera che fuggiva disperata da terre divenute invivibili. Oggi anche noi siamo più simili a loro rispetto a qualche anno fa. La crisi ci ha livellati un po’, basta visitare le mense per i poveri per constatare come il numero di italiani-italiani che si mettono in fila per un piatto di minestra sia cresciuto a dismisura. Per le future generazioni si profilano la povertà e il nomadismo sociale.

Una condizione del genere, che induce i cinquantenni come me a cupi pensieri per il futuro dei figli, ha però un aspetto positivo che non deve essere dimenticato. Il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre scrisse, anni fa, commentando la fine dell’Impero Romano, che il cristianesimo a un certo punto cessò di puntellare il sistema romano (come aveva fatto a partire dal 313) per dare forma a una nuova civiltà.

Una civiltà – si sarebbe chiamata Europa – alla cui origine c’era quel fenomeno religioso, umano, sociale, culturale e giuridico totalmente nuovo che va sotto il nome di Monachesimo. E fu una vera rivoluzione.
Il problema, oggi, non è diverso, anche se diversi sono gli uomini. So che i tramonti delle civiltà e dei sistemi possono durare moltissimo, però è certo che il tramonto è arrivato. 

È arrivato il tempo di una forma nuova che potremmo chiamare “nuovo Monachesimo”: a patto di intendere, con questo, non la riproduzione di una forma e di uno stile di vita, ma l’essenzialità dell’esperienza umana.

Abbiamo bisogno di vivere una vita più vera, più semplice. Abbiamo bisogno di poterci nuovamente fidare gli uni degli altri. Abbiamo bisogno, in sostanza, di restituire fondamento al patto che ci lega gli uni agli altri. La ricchezza non ci è servita a molto, e a me pare che a questa conclusione stiano arrivando in tanti.
Forse diventeremo tutti più poveri. Ma non è detto che questa sia necessariamente una disgrazia.

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