I cristiani e il dramma del potere

- Fernando De Haro

La relazione tra cristianesimo e potere è sempre drammatica. Dipende dalla libertà degli uomini e non può mai essere considerata “risolta”. Il commento di FERNANDO DE HARO

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La relazione tra cristianesimo e potere è sempre drammatica. Dipende dalla libertà degli uomini e non può mai essere considerata “risolta” in maniera definitiva. A volte si è voluto eliminare il dramma interpretando in maniera semplicistica le parole di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è Dio”. Nel corso della storia alcuni hanno voluto vedere in queste parole non tanto la demistificazione dello Stato che inizia con il cristianesimo, quanto un invito ad allontanarsi dalle preoccupazioni del mondo, dalla costruzione della città comune. Altri le hanno considerate un pretesto per tenere tutta la ricchezza razionale e morale generata dalla fede ai margini della vita politica. L’uso del potere, secondo costoro, dovrebbe seguire alcune regole autonome e proprie.

Tuttavia, la migliore tradizione cattolica insegna che né le “opzioni spirituali” che si ritirano dal mondo, né quelle “mondane” che accettano acriticamente un concetto di potere chiuso in se stesso, sono fedeli all’origine. Lo sviluppo conosciuto dai meccanismi del potere in questo inizio di XXI secolo ha bisogno di un contrappeso fatto di uomini autenticamente religiosi. Solo così si evita che venga schiacciato e strumentalizzato ciò che è più autentico in una persona, quell’io in cui batte il desiderio di infinito, di soddisfazione e di felicità.

Questa tradizione insegna anche che l’esperienza cristiana tende a generare opere che rispondono alle diverse necessità che nascono nella società. E la crisi ce ne sta dando dimostrazione. Fede e opere sono un binomio imprescindibile. Una fede che non sfocia in opera (anche se piccola, personale e contingente) non si è sviluppata adeguatamente. Ma quelle opere che non vengono continuamente rigenerate da un’autentica esperienza cristiana, con tutte le correzioni che ciò implica, finiscono per seguire la logica negativa del potere.

Il tipo di presenza sociale che un cristianesimo così vissuto genera arriva inevitabilmente alla politica. E non c’è nulla di male in questo. Quando si costruiscono opere e si fa politica, allora si vive il vero dramma della relazione tra cristianesimo e potere. La tentazione più grande in questo caso è pensare che il potere, l’egemonia in un certo settore o ambito, possa di per sé rendere presente la fede in modo automatico. Ma il cristianesimo è fatto di un altro materiale, è realizzato dall’incontro tra due libertà: quella di un testimone che con la sua umanità cambiata rende presente Cristo e quella di chi si lascia trasportare dalla febbre di vita che gli viene comunicata. C’è molto più potere cristiano nell’appassionata e libera adesione alla fede di un giovane ateo o di un adulto indifferente che da qualunque altra parte.

Nessuno di noi è immune dal pericolo di credere che la forza del cambiamento stia nelle istituzioni, siano esse chiamate famiglia, scuola, stampa o governo. Infatti, è inevitabile che qualsiasi opera o forma di presenza decada, a meno che non sia sostenuta da un miracolo che ha due volti: il cristianesimo che torna a ripetersi come avvenimento e la disposizione della libertà ad accoglierlo con umiltà e povertà. Senza questa dinamica, torna la logica del vecchio e il nuovo scompare.

Il vero potere del cristianesimo è contenuto in un dialogo come quello tra l’apostolo Filippo e l’etiope eunuco di cui parlano gli Atti degli Apostoli (At 8, 26-39). Un uomo che chiede e l’altro che, affascinato dalla Resurrezione, risponde dopo un incontro apparentemente fortuito. Tutte le opere che si possono creare e tutta la politica che si può fare sono in funzione di un istante così. Sono questi istanti a sostenere la volta dell’Universo, a far tremare di stupore gli angeli, a dare senso al primo bagliore di intelligenza nella Rift Valley, all’impero di Alessandro, alle coorti romane e a tutta la storia fino a quando avrà fine.

P.S.: La relazione tra il cristianesimo e il potere è sempre drammatica perché nemmeno l’errore può impedire di ricominciare. Contrariamente a quello che dice la concezione mondana del potere, chi ha sbagliato ha tutta la vita davanti.

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