La vera maturità

- Luca Doninelli

LUCA DONINELLI riflette sul significato della parola maturità. Soprattutto per capire come essa intercetti la vita di un ragazzo del nostro tempo, magari alle prese con l’Esame di Stato

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Esame di Maturità (Infophoto)

Non ho nessuna autorità, né competenza per entrare nel merito dell’imminente Esame di Stato noto universalmente come Esame di Maturità. Non saprei dire né quello che oggi funziona, né quello che bisognerebbe cambiare. Prima di entrare nel merito, però, sarà bene domandarsi, senza teorizzare troppo, cosa significhi, oggi, questa parola, “maturità”. È interessante capire come essa intercetti la vita di un ragazzo del nostro tempo, in questa precisa situazione storica.

Per esempio, mio padre mi raccontò spesso della difficoltà del suo esame, della severità degli esaminatori, dei sogni che lo avevano inseguito per anni, nei quali era costretto, per qualche errore burocratico, a ripetere la prova. A quel tempo, evidentemente, tutta la società (compresa la commissione esaminatrice, s’intende) era ben consapevole che quell’esame costituiva una soglia importante, che il suo superamento significava l’apertura di nuovi orizzonti per la persona che lo aveva sostenuto e, al tempo stesso, per tutti. La ricostituzione della classe dirigente italiana cominciava da lì.

Quando, negli anni Settanta, toccò a me sostenere quella prova, la stima di cui godeva non si era ancora dissolta, però l’esame in sé fu per me e per moltissimi una delusione che nemmeno un buon punteggio finale poté cancellare. Già allora si parlava di esame-farsa, e sinceramente ancora oggi il suo significato mi sfugge. Quella prova non fu affatto una “prova”, per nessuno, e io la ricordo soprattutto per il caldo che faceva, per la stanchezza di tutti e per alcuni punteggi profondamente ingiusti, sia in eccesso che in difetto.

Del resto, è difficile non incappare in qualche grave ingiustizia se la preparazione del candidato non viene esaminata veramente fino in fondo. Ma esaminare a quel modo era molto faticoso, e un’azione molto faticosa esige un perché, a differenza di un’azione fatta tanto per fare. Non è che mancassero i bravi insegnanti: mancava quel perché.

Ciò nonostante, e nonostante la parola “farsa” abbia fatto la sua comparsa milioni di volte quando se ne parlava, l’espressione “Esame di Maturità” continua ad avere un senso, tanto che un bel giorno il suo nome ufficiale cambiò, ma tutti noi abbiamo continuato a chiamarlo in quel modo.

Questo senso mi è stato chiaro proprio la scorsa mattina, quando a un incrocio piuttosto trafficato di Milano mi sono quasi scontrato con un ragazzo che conosco fin da quando era bambino perché i suoi genitori sono miei amici dal tempo dell’università. Non ricordo di avere mai visto questo ragazzo altro che in scarpe da ginnastica o in infradito. L’ultima volta era stata un anno e mezzo fa, mentre preparava la tesi di laurea tenendo l’iPod nelle orecchie e inveendo contro sua madre.

E adesso eccolo qui, in giacca e cravatta, un po’ impacciato, sempre con la stessa faccia da bambino, ma con l’anello al dito: si è infatti sposato appena dopo Pasqua. Un anno e mezzo fa non mi salutava nemmeno, adesso è gentile, col sorriso affettato di chi per anni non l’ha mai fatto (gli adolescenti di solito non “sorridono”), mi domanda di mia moglie e dei miei figli. Sta andando al lavoro (sono le otto), mi spiega, e bisogna darci dentro non solo perché c’è la crisi, ma perché sembra che tra qualche mese in famiglia saranno in tre.

È sempre lo stesso, è sempre lui: stesso tono di voce, stesse battute, stessa propensione agli sfottò, stessa profonda timidezza. Eppure com’è diverso! Mi basta guardargli le scarpe per stupirmi: nere e con i lacci incrociati. Adesso ha qualcosa di cui prendersi veramente cura: una donna che ama, un bambino che ha cominciato a formarsi nel ventre di lei, una casa. Le sue giornate sono scandite dai doveri e non fluttuano più come un’onda tra la mattina tardi e le ore piccole. Eppure alla mia domanda risponde di essere molto più felice adesso di prima: più felice e più libero, a dispetto degli orari tiranni. Gli chiedo se gioca ancora a basket. Mi risponde che prima di rinunciarci venderà cara la pelle.

Io non so se questo ragazzo sia già “maturo”, ma sono certo che adesso conosce meglio il senso di questa parola, perché la sperimenta nel concreto della vita. Sa che l’uomo è responsabilità e progettualità, memoria e desiderio – ciò che i filosofi chiamano il dover-essere, che nulla ha a che vedere con il moralismo. Forse ha un po’ di paura del futuro, ma sa di doverla combattere ogni giorno.

Certo, la società non sembra più essere molto d’accordo sul ruolo da attribuire all’Esame di Maturità. Però finché un uomo avvertirà l’esistenza di questa soglia, di questo step che nessuno ha inventato e che fa parte della nostra natura di creature dipendenti, l’Esame di Maturità in un modo o nell’altro continuerà a esistere, e tutti noi sapremo, prima o poi, se l’avremo superato o se avremo preferito scappare.

Che la scuola italiana continui a ricordarci l’esistenza di quella soglia, anche se magari non coinciderà con l’Esame di Stato, è comunque una buona cosa.

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