A chi giovano gli scandali?

La tentazione di reagire in modo “schifato” alla dilagante corruzione imperante in Italia. PIGI COLOGNESI spiega invece perché è sbagliato buttare “tutto in vacca”

02.07.2012 - Pierluigi Colognesi
mucca
Mucca da latte (InfoPhoto)

Una fonte poi non confluita nei Vangeli canonici racconta che una volta Gesù stava camminando tra i campi coi suoi discepoli e Pietro, che procedeva davanti a tutti, vide la carcassa putrescente di un cane. Suggerì a Cristo di scostarsi, ma egli si avvicinò e disse: «Che denti bianchi!». In maniera del tutto opposta, sembra che oggi sia diffusa una patologia del pensiero per la quale, anche di fronte al miglior esemplare di razza canina, ci si soffermerebbe con sussiego sull’unico particolare imperfetto, sul pur minimo difetto. Ovviamente la cosa non riguarda la valutazione dei cani, ma un atteggiamento che investe lo sguardo che portiamo ad ogni persona o avvenimento. Non credo che sia questione solo di temperamento, ma di un certo modo di usare l’intelligenza.

Basta sfogliare le pagine di cronaca politica o assistere ad un talk show per vedersi arrivare addosso un’ondata di compiacimento del marcio, di gusto a mettere in rilievo vere o presunte pecche dell’avversario, di falso scandalo puritano che gode a mestare nel torbido. Affermati giornalisti e scrittori stanno costruendo le loro fortune mediatiche su questa smania distruttiva, che non risparmia nessuno. La cosiddetta «antipolitica» – che millanta una verginità che è tale, se lo è, solo perché non è mai stata messa alla prova – non cavalca forse l’onda di questo gusto malsano di evidenziare soltanto quello che non funziona? Certamente la critica è cosa sana ed è anche il sale della democrazia. Ma criticare è l’operazione di chi prende in mano un vaglio e ci butta dentro la farina affinché, agitandolo, la parte buona passi e la pula venga trattenuta per essere poi buttata. Qui, invece ad essere buttata è la farina buona e tutta la discussione verte su quanto siano schifose le scorie rimaste.

È un atteggiamento di pensiero che investe anche ambiti non politici. Così lo scandalo dei corvi in Vaticano mette in ombra la limpida catechesi del Papa, il proprio sguardo sospettoso di tutto impedisce di imparare dalla testimonianza altrui, un disaccordo si cementifica in ostilità invece di far venire voglia di capire di più le ragioni dell’altro. E ovviamente si riesce sempre a trovare una punta di carie anche nella dentatura più smagliante: serve a giustificare la propria ostilità.

C’è una vecchia formula contadina che esprime bene questa patologia del pensiero: «buttare in vacca». È legata all’allevamento dei bachi da seta: nel momento in cui i preziosi animaletti, dopo aver ingurgitato per giorni foglie di gelso, iniziano ad imbozzolarsi e quindi a produrre il pregiato filo, alcuni ingialliscono e diventano grossi e flosci; per questo venivano chiamati «vacche»; le quali poi marciscono. «Buttare in vacca» significa quindi trasformarsi da cosa utile in elemento distruttivo e infetto. Usata in modo transitivo l’espressione indica, dunque, la propensione non solo a banalizzare una cosa seria, quanto a distruggere, a vanificare ogni sforzo positivo, a denigrare ogni tentativo, a coltivare il sospetto.

L’allevatore accorto provvedeva subito a eliminare il baco che era «buttato in vacca» perché non infettasse gli altri, mentre ora parecchi cosiddetti maestri del pensiero sembrano andare a cercare appositamente «vacche» da mettere in ogni allevamento. C’è solo da sperare nella resistenza dei bachi sani.

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