Il bosone di Higgs, Dio e noi

- Costantino Esposito

L’annuncio è stato dato ieri al Cern di Ginevra: il bosone di Higgs esiste. Ma cosa dice questa scoperta alla nostra ragione non di scienziati, ma di uomini? COSTANTINO ESPOSITO

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Le Pleiadi (Immagine d'archivio)

Forse Dio stesso riderebbe divertito venendo a sapere di avere un “suo” bosone! Secondo quello che ormai si dice con una semplificazione tanto efficace quanto ambigua, ieri al Cern di Ginevra sarebbe stata annunciata la scoperta della “particella di Dio”, ma già a vedere come è nata questa storia c’è da divertirsi anche noi. Pare che tutto derivi dal fatto che il fisico Leon Lederman, parlando in un suo libro di questa specifica particella ipotizzata da Peter Higgs già negli anni sessanta per spiegare il “campo” che dà la massa ad ogni altra particella, poiché essa non era ancora osservabile sperimentalmente, l’abbia chiamata una “dannata particella” (goddamn particle), definizione che poi l’editore del libro cambiò nella più educata ed impegnata “particella Dio” o “particella di Dio” (the God particle). 

Ma l’equivoco ha scatenato la fortunata (e ritengo anche errata) immagine, secondo la quale, una volta afferrata questa particella, avremmo toccato con mano il segreto ultimo della natura, il livello originario del mondo: che insomma avremmo avuto modo di entrare direttamente nella creazione della materia, scoprendo ciò che fornisce la consistenza ultima della struttura fisica delle cose. 

E in effetti, anche per chi – come chi scrive – non è uno specialista di fisica teorica, la scoperta sperimentale del bosone di Higgs sembra davvero grande, in vista di una più compiuta spiegazione di come è costituita la materia che compone l’universo, completando il cosiddetto “modello standard” tramite l’individuazione della particella che permette a tutte le altre di acquisire massa. In definitiva, mi sembra di poter dire che essa ci aiuta a vedere come la materia, per così dire, divenga se stessa.

Che questa sia stata chiamata la “particella di Dio” è comunque il segnale di una sempre possibile riduzione del lavoro della conoscenza, perché per alcuni (in genere non per gli scienziati impegnati in questo lavoro) potrà significare una “prova” dell’origine divina e creazionistica dell’universo, mentre per altri (anche in questo caso probabilmente non per quegli scienziati) potrà significare, al contrario, che la scienza permette di raggiungere e occupare il posto stesso di Dio, e di spiegare l’origine di tutte le cose.

Forse è meglio non seguire nessuna di queste due strade, per il rischio sempre incombente di piegare in un senso ideologico dei dati straordinari della verifica sperimentale. Né il teismo creazionistico né l’ateismo materialistico possono essere ricavati e utilizzati come mere spiegazioni misurabili del mondo. Voglio dire che non possono essere dei presupposti a priori o delle etichette appiccicate alla concreta avventura della conoscenza, fatta di dati, di misurazioni, di verifiche incrociate, di calcoli statistici, di collaborazioni tra gruppi di ricercatori, di competizioni tra centri di ricerca, ecc. 

Ma forse il guadagno è ancora più grande di quanto le etichette del “teismo” e dell’“ateismo” potrebbero farci intendere. Il guadagno è in qualcosa che si mostra a ciascuno, anche a coloro che non hanno la sorte di essere degli scienziati impegnati in questa come in altre grandi scoperte della natura, ma di cui grazie a questi ultimi possiamo “godere” tutti. 

Provo a dirlo così: è lo stupore che inevitabilmente nasce quando un’ipotesi di spiegazione elaborata dalla nostra mente e sviluppata come probabilità attraverso i nostri calcoli, trova risposta e corrispondenza nella struttura sperimentale della natura fisica. Un’applicazione grandiosa, estremamente elaborata e sistematicamente controllata dell’intelligenza umana – come è appunto quella che, con anni e anni di durissimo lavoro, ha portato all’annuncio di aver scoperto l’esistenza sperimentale di una particella solo ipotizzata – ci aiuta a riconoscere la struttura elementare della più semplice delle intelligenze e la sua capacità potenzialmente infinita. Noi siamo capaci di “intelligere” la realtà, vale a dire di penetrare nella natura delle cose, grazie al nostro pensiero interrogante, e quest’ultimo a sua volta può procedere continuamente proprio perché sfidato e provocato da ciò che la realtà gli dice in risposta alle sue domande.

L’atto dell’intelligenza accade, effettivamente, quando la “logica” della nostra mente scopre il “logos” del mondo, cioè una struttura che delinea l’ordine e la sensatezza della realtà naturale. C’è “ragione” nella natura: e questa è davvero una grande festa per la nostra ragione.

 

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