I “pidocchi del pensiero”

Fin da bambini si ha cognizione di sé attraverso l’uso del pronome io. Eppure, spiega ANDREA MORO, non siamo ancora in grado di render pienamente conto dell’unitarietà del fenomeno

21.08.2012 - Andrea Moro
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Quando diciamo che una cosa è misteriosa perché si presenta come fatto unitario, come nel caso del mistero dell’unità dell’io, significa che sappiamo riconoscere gli elementi della quale è composta ma non sappiamo giustificare il modo nel quale questi elementi sono tenuti insieme. Ci sono tanti esempi nella natura: sappiamo ad esempio che la materia è fatta di particelle elementari ma la teoria che ci spiega come queste particelle la formano non è (ancora) completa.   

Quando pensiamo all’“io” ci accade qualcosa di simile, solo che, a differenza di altri problemi di unificazione, questo ci riguarda “in prima persona”, lasciandomi passare il gioco di parole: se infatti è vero che anche il problema dell’unità della materia non può non riguardarci – perché del resto tutta la scienza, la vera scienza, ci riguarda – è però vero che la materia non si identifica con noi; invece l’“io” sì: l’“io” è il nome che diamo ad una costellazione di fatti distinti che ci sembra definirci completamente: alle nostre percezioni sensoriali, agli affetti, alla nostra coscienza, alla nostra dignità, alla nostra unicità, alla nostra tensione verso la libertà, ma a fronte di queste sfaccettature così brillanti l’esistenza del diamante dal quale provengono non si spiega facilmente. Ad esempio, il modo nel quale le nostre percezioni, certamente frutto di interazioni molecolari, e la nostra libertà si tengano insieme nell’“io” è un fatto che sfugge alla nostra comprensione immediata, anzi, per i neurofisiologi è addirittura misterioso il modo nel quale le varie sensazioni si leghino insieme.

Sembrerebbe una discussione per filosofi, per teologi e neuropsicologi, se non fosse che la parola “io” (e i suoi equivalenti nelle varie lingue del mondo) è una delle primissime che pronuncia un bambino che certamente filosofo, teologo e neuropsicologo non è. E non solo: dalle ricerche sull’acquisizione del linguaggio nei bambini, soprattutto nell’ambito del filone inaugurato da Chomsky negli anni 50, quello per il quale “gli esseri umani sono progettati in modo speciale per apprendere una lingua”, si sa che il sistema pronominale non entra in blocco nella lingua di un bambino ma in modo progressivo.

E la sequenza lascia stupefatti. Praticamente in modo simultaneo a “io” compare anche “tu”, come se la coscienza di sé e il riconoscimento dell’altro fossero per istinto, ancor prima che per deduzione, due nozioni interdipendenti. Con un distacco cronologico marcato entrano poi nel lessico dei bambini in modo graduale i pronomi di terza persona, quelli che si riferiscono a qualcosa o a qualcuno non necessariamente presente nel contesto del discorso, poi i plurali, le forme indirette, e via dicendo.

Dunque i pronomi – i “pidocchi del pensiero”, come li definì una volta Carlo Emilio Gadda – sono di fatto testimoni rivelatori sorprendenti dell’anticipo con il quale la nostra coscienza coglie l’unità dell’“io”, ma purtroppo non ci servono per spiegare il mistero del legame tra gli aspetti che compongono l’unità stessa. 

È evidente che non possiamo procedere per intuizioni nella ricerca di una risposta a questo mistero: occorre vivisezionare l’“io”, ragionare, sperimentare, occorre cioè procedere per tentativi e ipotesi anche in questo campo così delicato e complesso come d’abitudine nella ricerca scientifica. Ci sono almeno due vie da percorrere, a priori. La prima è quella di chiedere da dove “stia” l’io: la domanda sembra folle ma non lo è affatto. Uno dei motivi che rendono pertinente il problema sta nel contrasto tra una caratteristica fondamentale della mente umana (quella di cogliere e utilizzare l’infinito) e un fatto ovvio, così ovvio che non ci si fa più caso: di essere noi oggetti finiti.

Un esempio clamoroso è dato proprio dal linguaggio umano: tutti e soli i codici di comunicazione naturali umani (le lingue), infatti, sono in grado di produrre strutture potenzialmente infinite, per numero e lunghezza, (le frasi) a partire da un repertorio finito (le parole), archiviato a sua volta in un organo finito, il nostro cervello. È su queste direttrici principali di ricerca che si muove il pensiero di Michele Di Francesco, filosofo italiano molto noto negli ambienti internazionali anche per essere stato presidente della Società europea di filosofia analitica. C’è poi la via che invece segue la ricostruzione dell’unità a partire dal deterioramento delle sue parti: è la via che nella neuropsicologia ha avuto la meglio fino all’arrivo delle tecniche di neuroimmagini e si basa su dati clinici. Una via maestra dove ogni traccia, come ad esempio gli effetti delle condizioni dello stress sull’organismo, possono dare indicazioni preziose. Di questo Giancarlo Cesana, medico igienista di formazione, si è occupato nelle sue ricerche arrivando a considerazioni sorprendenti. E non si tratta solo di un’esplorazione alternativa: il problema è che di fronte alla dissoluzione dell’“io”, forse in modo ancor più ineluttabile e drammatico che in ogni altra malattia, la richiesta di senso da parte del malato e di chi lo assiste si fa radicale e radicali sono le risposte che si debbono dare.

Pidocchi del pensiero? Forse: ma certamente l’“io” non è un pidocchio del quale ci si sbarazza facilmente, né è ovvio che ce ne si debba sbarazzare. Il rischio è di perdere la testa intera e non un elemento infestante. È il nome proprio di tutti noi: che cogliamo in modo naturale, anche se nessuno ce lo dà. E come non notare che, in fondo, il mistero dell’unità dell’“io” è un mistero che reclama una risposta sulla nostra origine, solo che anche la nozione di origine, se non la si tratta con cautela, può portare a risultati equivoci: perché di origine non ce n’è una sola.

Sofocle, fa dire a Edipo, nella prima tragedia della trilogia: “Accada quel che deve accadere; io voglio vedere il seme da cui provengo, anche se è umile […] Son stato generato così, non potrei diventare altro; dunque voglio andare fino in fondo nel conoscere la mia origine”. È davvero un peccato che la maggior parte delle traduzioni sia italiane che straniere appiattisca seme e origine in un’unica parola (originetout court), laddove il testo greco distingue due termini: to spèrma (il seme materiale dal quale nasco io come individuo) e o ghenos (l’origine della mia gente, cioè la stirpe, la sequenza di “io” che hanno preceduto in linea diretta il mio). Dunque il mistero dell’unità dell’“io” è per così dire un “mistero doppio”. È anche il mistero della mia origine materiale e genealogica: la ricerca di sé e del padre.

Forse Gadda, che come tutti i grandi era pieno di contraddizioni, non s’è accorto che invece di un pidocchio, l’“io” era diventato per lui il sinonimo della vita stessa, se praticamente in chiusura della Cognizione del dolore, quando parla della morte della madre, scrive: “Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana incoscienza dell’impossibilità di dire: Io”.

Capire il significato del nome dell’io ci rende dunque disponibili a dare il senso vero al nome del tu e all’origine della nostra stessa vita.

 



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