Fatica senza senso?

- Massimo Camisasca

Attraverso il lavoro, afferma MASSIMO CAMISASCA, l’uomo prende coscienza delle sue capacità, del posto che può ambire a ricoprire nel mondo e a rapportarsi con le persone e con le cose  

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Mio padre, tornato dal campo di concentramento in Polonia dove era stato segregato dai tedeschi, abitava con mia madre e noi, i suoi due figli, sul Lago Maggiore. Le nostre case di Milano erano andate distrutte nei bombardamenti della guerra. Ogni mattina si alzava alle quattro per prendere il treno che lo portava a Milano e ogni sera tornava, sempre in treno, alle nove. Amore e lavoro si coniugavano, così, in un sacrificio di cui non si lamentava mai. Certo, appena abbiamo potuto (quando, per il Piano Fanfani, si poteva avere una casa a Milano) siamo tornati in città. Ma quei sei-sette anni di levate presto, con il buio, talvolta con la pioggia o la neve, mi sono rimasti dentro. Non si costruisce nulla senza un amore capace di sacrificio.

Il lavoro non riguarda un aspetto marginale della personalità dell’uomo. Egli, proprio attraverso la sua professione, esprimendosi, prende coscienza di se stesso, delle sue doti, del suo posto nel mondo, della sua possibilità di contribuire, in modo nascosto o grandioso, umile o manifesto, alla crescita e al cambiamento dell’intera società. Ma, innanzitutto, nel lavoro la persona si realizza, entrando in rapporto con le persone e le cose.

Per questo, il lavoro è un diritto e un dovere. Quando viene meno la possibilità di lavorare, all’uomo viene sottratta non solo la fonte pecuniaria del proprio sostentamento ma anche, più ancora, la possibilità di sentirsi utile, di poter dire qualcosa di sé a coloro che ama. Senza lavoro l’uomo è meno uomo.

C’è il dramma di chi non ha impiego, ci sono le morti bianche, chi fa mestieri troppo pesanti, la tragedia dei bambini costretti a lavorare come se fossero adulti. Ma c’è anche una sempre più generalizzata diseducazione al lavoro, avvertito da molti solo come un peso, un ingombro, una tassa da pagare per poter fare altro. C’è una perdita diffusa del gusto del lavoro.

Amore e lavoro sono le due strade principali dell’espressione e della realizzazione umana. Imparare ad amare e imparare a lavorare sono, dunque, i bisogni fondamentali della persona.

Penso sia fondamentale ricreare nei nostri ragazzi la gioia di poter lavorare, di poter contribuire, anche con piccole azioni, al volto del mondo. Piantare degli alberi, curare un giardino, un orto, imparare come si prepara da mangiare, come si apparecchia una tavola, prendersi cura degli oggetti della casa. Chiediamo conto ai ragazzi dei compiti che affidiamo loro ma, nello stesso tempo, diamo orizzonti ampi alla loro vita. Facciamoli sentire chiamati a grandi cose. Senza uno sguardo pieno di speranza al futuro, la persona rischia di morire sotto la propria fatica.

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