Orizzonte o nascondiglio

Durante la sua lezione sul titolo del Meeting 2012, Javier Prades ha citato la frase di uno scultore che dice: «L’orizzonte è la patria comune di tutti gli uomini». PIGI COLOGNESI

27.08.2012 - Pierluigi Colognesi
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Durante la sua lezione sul titolo del Meeting 2012, Javier Prades ha citato la frase di uno scultore che dice: «L’orizzonte è la patria comune di tutti gli uomini». Frase perfettamente illustrata da due immagini improvvisamente comparse sullo schermo di fronte ai nostri occhi attenti. Nella prima si vedono scogli battuti dalle onde, da cui fuoriescono ferri simili a ganci arrugginiti, che però hanno una strana armonia di curve che si stagliano sulle speculari infinità del cielo e del mare. La seconda è un avvolgente abbraccio di cemento armato piantato su larghi pilastri; elevandosi da un prato verdissimo, la scultura dialoga silenziosamente – anche in questo caso – con mare e cielo. Non le avevo mai viste e lì per lì non sono nemmeno riuscito ad afferrare il nome del loro autore. Allora ho fatto qualche indagine e ho scoperto che si tratta di Eduardo Chillida, scultore basco di cui lo scorso 19 agosto si celebrava il decimo anniversario della morte.

Con una veloce ricerca sulla rete (c’è anche un bel video sulla sua casa-museo) ho scoperto che la prima scultura si chiama Il pettine dei venti e la seconda Elogio dell’orizzonte. Ed è proprio la sconfinata apertura a quel punto ultimo di ogni sguardo, che non ne chiude la potenza visiva ma continuamente la rilancia in avanti, che rende così così affascinante l’opera di Chillida e, nel contempo, spiega meglio di ogni altra cosa quello che, ancora una volta, è successo al Meeting. E cioè che si è voluto mettere in moto una ragione che non ha la preoccupazione di definire (cioè di rinchiudersi in confini saputi e tranquillizzanti), ma di spalancarsi sulla vastità di un reale (fisico, sociale, personale, di pensiero, gusto e bellezza) che è sempre debordante ogni definizione, sempre «più in là».

La radicale sfida della contemporaneità si gioca in gran parte nella decisione su quale delle due modalità di uso della ragione si sceglie. Che si rifletta su che cosa sia la persona umana o su come uscire dalla crisi, che si discuta su cosa significhi educare o pagare per le colpe commesse, che ci si affatichi per costruire un palco o ci si rilassi cantando e ballando con gli amici, è sempre l’uno o l’altro dei due modi di usare la ragione che si mette in campo: l’orizzonte o il nascondiglio. Ed è nascondiglio, seppure arredato di analisi fintamente distaccate, la stucchevole riproposizione di interpretazioni puramente politico-partitiche che non sono mancate neanche nell’edizione 2012 del Meeting. Analogamente sarebbe nascondiglio abboccare all’amo di queste riduzioni in una irritata reazione puramente difensiva: la tensione all’orizzonte lascia facilmente indietro queste scorie banalizzanti.

Cercando informazioni su Chillida ho trovato un’altra frase che spiega bene la dinamica di una ragione aperta: «Io non rappresento, domando». L’artista, cioè, (ma questo vale per ognuno di noi) non è il proprietario della scena della sua vita, su cui possa rappresentare a piacimento l’azione che più gli aggrada. È, invece, uno che si trova nel «gran teatro del mondo», sa che ha una insostituibile parte da svolgervi, ma non ne conosce né i dettagli né le modalità. E per questo «domanda», è un «mendicante».

 

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