Pregare è astratto?

- Jonah Lynch

“Uno studente di liceo ha perso il suo migliore amico in un incidente. Mi ha chiesto che cosa potesse fare. Io gli ho risposto di pregare per l’anima del suo amico”. JONAH LYNCH

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Caravaggio, Fuga in Egitto (1595-96) particolare (Immagine d'archivio)

Uno studente di liceo ha perso il suo migliore amico in un incidente. Mi ha chiesto che cosa potesse fare. Io gli ho risposto di pregare per l’anima del suo amico, ma quel ragazzo mi ha replicato che la preghiera è una cosa astratta. Vorrei cominciare a rispondere alla sua obiezione.

La preghiera è come l’acqua. Senza l’acqua, la vita inaridisce, appassisce, si rinsecchisce, muore. Prima di morire, le foglie perdono colore, i rami si infiacchiscono. La pianta si affloscia. Ciò che prima aveva vigore, slancio, con la mancanza di acqua finisce per ricadere verso terra.

Ricordo di aver letto un bellissimo paragone in un sermone di San Bernardo di Chiaravalle. Si tratta di un lungo sermone scritto per il giorno della Natività di Maria, ma che è diventato famoso come Sermone sull’acquedotto. Esso partiva dall’immagine di un acquedotto romano, che porta l’acqua preziosa e dolce delle montagne fin dentro la città. La sua struttura è eloquente: una serie di pilastri ben radicati per terra, da cui si innalzano le arcate che sostengono il canale dell’acqua. Ogni arcata può estendersi in avanti per una breve distanza sospesa in aria, ma ben presto deve ridiscendere e collegarsi a un nuovo pilastro. La struttura dell’acquedotto può dunque lanciarsi per uno spazio libero, senza toccare terra, e continuare a portare l’acqua, ma quello spazio è breve. 

Proprio come la preghiera dell’Angelus, che don Luigi Giussani amava e che raccomandava ai suoi amici di recitare ogni giorno per tre volte. La preghiera della mattina è come un pilastro che fonda la nostra vita sulla roccia eterna. Partendo da lì, possiamo lanciarci in alto e in avanti, come l’arcata dell’acquedotto. Ma a mezzogiorno, e di nuovo a sera, abbiamo bisogno di radicare nuovamente il nostro vivere su qualcosa di più solido della nostra piccola volontà. Questo fondamento è la memoria dell’Incarnazione, che «abbiamo conosciuto per mezzo dell’annuncio dell’angelo», ed è la memoria del fatto che «attraverso la sua passione e croce siamo condotti alla gloria della sua risurrezione».

Le parole della Madonna ci aiutano a ricordare queste verità. Pronunciandole, diventano nostre. Accade il miracolo della disponibilità: «Eccomi, sono la serva del Signore, mi avvenga secondo la Tua parola». Avviene il miracolo dell’Incarnazione: «E il Verbo si è fatto carne, e abita in mezzo a noi». Recitandole, mi tornano in mente le parole di padre Anselmo, il mio anziano confessore, alla fine di ogni nostro incontro: “Ama la Madonna e falla amare”. 

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